Furore di John Steinbeck ci lascia senza fiato

Io e la mia copia di Furore.

Dalle terre rosse e grigie dell’Oklahoma a quelle verdi e dorate della California: oggi è un viaggio suggestivo lungo l’Historic Route 66, ma per migliaia di persone di un tempo fu un’odissea pietosa e terribile in cerca di una vita migliore.
Ce lo racconta magistralmente John Steinbeck nel suo Furore, romanzo straordinario che attraverso le vicende di una famiglia di migranti delinea un ritratto sincero e terribile dell’America degli anni Trenta (e, purtroppo, di dinamiche umano-sociali costanti in ogni epoca e luogo).

Il drammatico viaggio dei Joad in un'immagine tratta dal film di Furore diretto da John Ford (1940).
Il drammatico viaggio dei Joad in un’immagine tratta dal film di Furore diretto da John Ford (1940).

La crisi agricola e poi economico-sociale che sconvolge gli Stati Uniti centrali – il grano rovinato da vento e aridità, i danni inflitti dalla polvere (la nota dust bowl), l’arrivo dei trattori, lo sfratto da parte delle banche – costringe i Joad, come tante altre famiglie, al tragico abbandono della propria casa in Oklahoma e al dramma di un viaggio difficilissimo, in condizioni terribili, attraverso il Texas, il New Mexico e l’Arizona, lungo il deserto e la Route 66, nella speranza di una vita migliore in California. Ma il procedere sempre più arduo, mentre parti della famiglia vengono dolorosamente a perdersi, assottiglia e a poco a poco sgretola queste speranze, che per molti iniziano a trasformarsi in rabbia proprio con l’arrivo nel Golden State. La terra promessa, infatti, si rivela un luogo impietoso, dove i migranti sono costretti a una vita raminga da lavoratori stagionali, sottopagati e privi di qualunque diritto – perché, come è sempre più chiaro, le logiche di mercato sovrastano i principi inderogabili della dignità umana.
Pagine tra le più maestose, dolorose e indimenticabili quelle del capitolo 19. I californiani, migranti a loro volta tanto tempo prima, sono ora proprietari, nativi a contatto con migranti nuovi che vedono come invasori, e che giudicano, e che rifiutano: e li rifiutano perché li temono, e li disprezzano perché li rifiutano. I migranti sono spaesati, interdetti, spaventati: in nome di una giustizia che non trovano, possono diventare violenti; per lo sconforto e la necessità possono compiere atti disperati. Magistralmente Steinbeck rappresenta e spiega queste situazioni e i meccanismi che le creano: è un pugno nello stomaco, e restiamo sconvolti per la dolorosa attualità del racconto, per la terribile verità universale che ci costringe a riconoscere.
Nei migranti resiste la dignità morale – una morale semplice ma salda, fondata sui principi di solidarietà e carità umana (che, come è sempre più chiaro, rappresentano l’unica e autentica origine della giustizia sociale, dalla quale invece le logiche economiche dominanti – e spesso anche la legge costituita si rivelano ben lontane). Ci sono poi quella speranza, quella volontà, quella rabbia che presto diventano furore. E non è importante se e quando e come questo furore esploderà: è importante, invece, il modo in cui esso si crea, il modo in cui sostiene l’uomo; il modo in cui, insomma, the grapes of wrath – “gli acini dell’ira” – sono pronti per la vendemmia.

Una foto di John Steinbeck.
John Steinbeck.

Cos’è, dunque, Furore? Cos’è il furore?
Il furore è volontà. È lotta sociale contro l’ingiustizia. È, prima ancora, lotta dell’uomo per affermarsi. È, prima di tutto e soprattutto, lotta dell’uomo per sopravvivere. Ed è lotta dell’uomo con e contro la natura.

Perché, sì, in Furore la natura c’è. Onnipresente, incessante, implacabile. Lirica, quasi magica.
Steinbeck ce la racconta in due modi.
Da una parte è la natura come forza inarrestabile, incontrollabile, che è vento ed è sole, sole e calore soprattutto, e poi è acqua – perché Furore si apre con la pioggia e si chiude con la pioggia. All’inizio è una pioggia sottile e lieve – le ultime piogge, presto sostituite da una siccità spietata e da un vento accanito, e da una polvere che tutto distrugge. Alla fine è una pioggia violenta, che inonda e travolge, che sconvolge campi e fiumi e alberi, che costringe l’uomo a combattere, a tirar fuori il furore perché anch’essa è furore, ma che poi, cessando, lascia il posto alla rinascita della vita.

Un'immagine della nota Route 66.
Un’immagine della nota Route 66.

In altri momenti, soprattutto nella prima parte del romanzo e durante il viaggio nel deserto, abbiamo di fronte un altro tipo di natura, placida ma totalizzante, allucinante, mozzafiato. È il potere immaginifico di poche, semplici parole incastrate nel modo giusto. Davanti ai nostri occhi c’è un pallido quarto di luna, esile e vago in un cielo che sbiadisce; c’è una lenta cascata di stelle che scende sull’orizzonte; c’è la lunga nube della Via Lattea; c’è la luce solitaria dell’alba. Ma, soprattutto, scorrono davanti a noi le descrizioni dei grandi tramonti: quando il sole rosso, ad esempio, tocca l’orizzonte e si allarga come una medusa, mentre il cielo sembra più luminoso e vibrante di prima; o, ancora, quando una grossa goccia di sole rosso indugia sull’orizzonte, prima di cadere e scomparire lasciando il posto a una nuvola lacera, simile a uno straccio insanguinato. Ci sono poi le descrizioni-narrazioni del grande caldo del deserto, aguzzo e battente di giorno, ma ampio e soffocante di notte, quando sembra venire dal basso, dalla terra stessa; vediamo avvampare il deserto quando l’orlo del sole tocca l’orizzonte frastagliato, e c’è un momento in cui il paesaggio è terribile nella luce paonazza del tramonto. Immagini potenti come questa sembrano accentuare la tragedia umana delle migrazioni: è simbolismo semplice e acuto, e pare legare in un rapporto imprescindibile uomo e natura – lei, la natura, crea e partecipa del dramma umano; lei sfida e al tempo stesso accompagna l’uomo.

E non è un caso che l’inserto conclusivo sulla natura sembri congiungersi all’epilogo delle vicende dei Joad: quell’erba che rinasce dopo le piogge distruttive, verde e tenera, pare legarsi al coraggio indissolubile di Ma’, personaggio cardine del romanzo, e al gesto di compassione e di rinascita compiuto da Rose of Sharon: è quella speranza che fin dall’inizio segue e accompagna, e che nonostante tutto splende coraggiosa – più che mai in questa nota finale.

L'agognato arrivo della famiglia Joad in California. Immagine tratta dal film di Furore diretto da John Ford (1940).
L’agognato arrivo della famiglia Joad in California. Immagine tratta dal film di Furore diretto da John Ford (1940).

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Downton Abbey: la deliziosa saga di una nobile famiglia inglese e dei suoi domestici delinea un lucido ritratto sociale

Downton Abbey - Immagine tratta dalla sigla.
Downton Abbey: immagine tratta dalla sigla.

La campagna inglese è uno degli scenari più affascinanti di sempre: spazi aperti, prati vasti, alberi verdi e deliziosi villaggi rustici sotto un cielo mutevole e suggestivo. In Downton Abbey, tutto questo si unisce agli ambienti di un’antica dimora che della campagna sembra parte integrante, e che dunque contribuisce al forte impatto realistico, uno dei punti di forza di questa serie.

Highclere Castle, nell'Hampshire: è la residenza di campagna usata per le riprese esterne e per la maggior parte di quelle interne della serie Downton Abbey.
Highclere Castle (Hampshire), usato per le riprese esterne e per la maggior parte di quelle interne di Downton Abbey.

Ma è lo sguardo sui personaggi – o meglio, sul rapporto tra i personaggi – a rendere indimenticabile il lavoro di Julian Fellowes. Ambientata nello Yorkshire nei primi decenni del Novecento – in un’epoca, dunque, in cui i mutamenti sociali incalzano con forza sempre maggiore – Downton Abbey racconta la storia di una nobile famiglia inglese, i Crawley, e dei domestici al suo servizio.

Downton Abbey - Il rapporto tra Lady Mary e Anna trascende la dimensione lavorativa.
Il rapporto tra Lady Mary e Anna trascende la dimensione lavorativa.

È la vita umana, e i personaggi sono tanti: c’è spazio, dunque, per ogni genere di rapporto e di sentimento, con lo sviluppo di dinamiche spesso complesse e, anche quando semplici, raccontate in modo ugualmente coinvolgente.
In questo senso è l’interazione tra i “piani alti” e i “piani bassi” l’aspetto più riuscito, perché in grado di mostrarci che il rapporto nobili-domestici trascende la dimensione lavorativa e dà spazio a sentimenti di lealtà e di affetto: di volta in volta gli uni condividono le preoccupazioni, le gioie e le speranze degli altri; molti domestici sono punti di riferimento per i nobili della casa, che peraltro non di rado si spendono per loro nel momento del bisogno.
Ma c’è di più. L’interdipendenza tra le due parti (ci è sempre più chiaro, infatti, che l’una non può esistere senza l’altra) le rende pilastri di un sistema armonico, in un certo senso alla pari, a cui entrambe sentono di appartenere e che fa sentire entrambe protette.

Downton Abbey - Nonna Crawley, personaggio iconico, interpretata da un'indimenticabile Maggie Smith.
Nonna Crawley, personaggio iconico, interpretata da un’indimenticabile Maggie Smith.

Molte vicende della storia muovono proprio dal modo in cui i mutamenti storico-sociali – e c’è di tutto, dalla guerra all’arrivo del telefono – impattano su questo sistema, al quale chi più e chi meno si sente legato.
In tal senso, superlativa e iconica è l’aristocratica nonna Crawley (un’indimenticabile Maggie Smith): una donna d’altri tempi, poco ma sicuro, ma il suo sguardo sul mondo e sui sentimenti è così acuto che in diverse occasioni è lei, proprio lei, a risultare un passo più avanti degli altri, e per giunta sempre accompagnata da una deliziosa ironia. Perché, sì: Downton Abbey non dimentica mai di farci sorridere.

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La miniserie Band of Brothers è una perla di immenso valore

La locandina di Band of Brothers.
La locandina di Band of Brothers.

Che dire di Band of Brothers? Guardatela.

Guardatela perché è un capolavoro.

Seguendo le vicende (realmente accadute) della compagnia americana Easy – dall’addestramento allo sbarco in Normandia, dalla battaglia di Bastogne all’arrivo a Nido d’Aquila – Band of Brothers ti scaraventa nel pieno della Seconda guerra mondiale.
Non fa sconti, Band of Brothers. Cruda, realistica, accuratissima.
Una regia magistrale ti trascina tra battaglie e bombardamenti, in mezzo al fumo, alla confusione, al freddo e al dolore, e in questi momenti, nei quali la vita dei soldati è appesa a un filo, ti sbatte in faccia l’orrore e l’assurdità della guerra, ti mette di fronte la sua realtà più dura e crudele: uomini costretti a uccidere altri uomini.

Band of Brothers - Due soldati sul campo di battaglia si fanno coraggio a vicenda.
Due soldati sul campo di battaglia si fanno coraggio a vicenda.

Uomini. Proprio questo, infatti, è Band of Brothers: un romanzo corale, un romanzo di uomini. I protagonisti sono i soldati americani della compagnia Easy, che piano piano impariamo a conoscere. Con le loro paure, i loro dolori, i loro crolli emotivi. E con il loro coraggio, il loro farsi forza l’un l’altro. Sono uomini, semplici uomini, e allo stesso tempo sono degli eroi. E “I veri eroi”, afferma uno dei sopravvissuti, “sono quelli che non sono tornati”.

Band of Brothers - La disperazione di un soldato durante una delle battaglie più importanti raccontate nella serie.
La disperazione di un soldato durante una delle battaglie più importanti raccontate nella serie.

Ma i creatori della serie, Steven Spielberg e Tom Hanks, si spingono ancora oltre e, cercando di raccontare la guerra nella sua totalità, non dimenticano che uomini sono anche quelli dall’altra parte, i nemici. Ecco perché, mentre la condanna all’ideologia nazista è assoluta (ed espressa, in una puntata in particolare, attraverso immagini strazianti), si tiene sempre presente che l’unica differenza tra gli uomini sul campo è l’esercito di appartenenza: e così, nonostante i protagonisti – quelli a cui ci affezioniamo – siano gli americani, una delle immagini che più ci restano impresse è quella del giovanissimo soldato tedesco; e così, nell’episodio finale, è un generale tedesco sconfitto a rivolgere ai suoi uomini il discorso più commovente dell’intera serie.

“Uomini, è stata una guerra lunga, è stata una guerra dura. Avete combattuto coraggiosamente, con orgoglio, per la vostra patria. Siete un gruppo speciale, che ha trovato nei compagni un vincolo che esiste solo in combattimento… tra fratelli nella stessa buca. Aiutandoci a vicenda nei momenti difficili. Avete visto la morte e sofferto insieme. Sono orgoglioso di aver servito con ciascuno di voi. Meritate lunghe e felici vite in pace.”

Guardatela.

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Il Conte di Montecristo: il fascino straordinario di un protagonista indimenticabile

Ripensavo stamattina a Il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, lettura che mi ha accompagnato nel trimestre maggio-luglio del 2019.

Il secondo volume della mia edizione de Il conte di Montecristo. 
Foto scattata nel Natale 2020.
Il secondo volume della mia edizione de Il conte di Montecristo.
Foto scattata nel Natale 2020.

È uno di quei grandi romanzi che ti restano dentro. Il respiro che ne anima le pagine, la forza della scrittura, la potenza della trama… C’è tutto, in questo capolavoro: riferimenti storici, un’idea di base solida e suggestiva, l’avvicendarsi di ambientazioni indimenticabili, intrecci, colpi di scena e, soprattutto, una preziosa, profonda rappresentazione della vasta gamma dei sentimenti umani.
Le magistrali abilità di narratore di Dumas rendono ancor più straordinaria la vicenda biografica del protagonista, ancor più emozionante la riflessione attorno al grande tema dell’opera: il rapporto tra vendetta e giustizia, tra vendetta e perdono.

Ma è proprio il protagonista, proprio lui, Edmond Dantès, a stregare profondamente il lettore: un umile marinaio che, vittima innocente dei soprusi dei potenti e di una giustizia corrotta, imprigionato per quattordici anni, si rialza trionfalmente, e assurgendo a Conte di Montecristo trasforma se stesso in giustiziere e vendicatore, incaricandosi di redistribuire al prossimo il male e il bene ricevuto. È un uomo dall’intelligenza fuori dal comune, eclettico e pieno di risorse, coltissimo e carismatico, e come un dio implacabile è proprio lui a muovere i fili della trama, a plasmare vite ed eventi, mentre il lettore sta lì, con il fiato sospeso, stordito dal suo genio, dal suo fascino esotico e dalla portata del piano che si svela via via lungo le pagine.

Eppure, sotto la superficie, il Conte conserva intatte dentro di sé l’intima natura di uomo di mare e la semplice purezza dei sentimenti. E infatti la vendetta, pur essendo obiettivo imprescindibile, è sofferta, continuamente messa in discussione, mentre l’amore congiungerà quest’uomo così singolare a quello che era un tempo, fino al commovente ritorno a Edmond Dantès.

Uno dei personaggi più affascinanti che io abbia mai incontrato in letteratura, all’interno di una storia tra le più appassionanti ed emozionanti mai scritte.

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