Tutta la sensibilità di Elena Vatta in un romanzo d’esordio intelligente e toccante

Il bambino delle vigne di Elena Vatta.

Se c’è un animale a cui il piccolo Giuseppe somiglia, ecco, quello è un riccio. Per l’esattezza, un cucciolo di riccio, un piccolo solo, bisognoso di accudimento eppure così diffidente di fronte al mondo da chiudersi spesso su se stesso, volgendo gli aculei in tutte le direzioni. Proprio come il riccio che Giuseppe incontra nei dintorni della casa-famiglia in cui sta crescendo e del quale, in una delle parti più toccanti di questo libro, decide di prendersi cura.
E sì, Giuseppe è proprio così.
Perché Giuseppe è un bambino che non era previsto; perché Giuseppe è troppo ingombrante per due genitori separati – per un padre emigrato per lavoro in Germania e per una madre che vive di tante ambizioni e poche responsabilità. E allora, lì a Capriva, nel sud-est del Friuli, decidono di affidarlo alla casa-famiglia di Villa Russiz, un luogo bello e ricco di storia, circondato da vigneti e nutrito dall’amore per la terra quanto da quello cristiano: le suore che gestiscono la casa-famiglia, infatti, riescono a creare un ambiente familiare e nello stesso tempo ineccepibile, in grado di coniugare una rigorosa educazione cattolica tradizionale a cure materne e amorevoli.
È qui, dunque, che cresce Giuseppe, nella vita disciplinata del collegio e allo stesso tempo, pur senza rendersene davvero conto, sotto il segno dell’Amore.

Quella di Giuseppe è ispirata a una storia vera, e l’autrice sceglie di raccontarcela esplorandone il percorso tra infanzia e adolescenza, che intervalla ogni tanto a scorci significativi di vita adulta.
E ci sembra di vederlo, il piccolo Giuseppe. Il suo faccino dolce e tondo e la sua fame di cibo e di attenzioni; la sua inclinazione alla cocciutaggine e alla permalosità; il suo senso di indipendenza; la sua natura ribelle e solitaria; il suo ingenuo bisogno di protagonismo; la sua immaginazione e il suo entusiasmo contagioso, pieno di luce; la sua impulsività e la sua determinazione; il suo orgoglio e la sua voglia di riscatto. Il piccolo Giuseppe, un bambino così ricco di contrasti: tenero e affettuoso quanto schivo e sulle sue; miscuglio di sicurezza e timidezza.
Ci commuove la sua ritrosia a mostrare la parte più fragile di sé. Ci rattrista il modo in cui agisce su di lui la paura del rifiuto: man mano che la storia procede, ci sembra di vedere il suo cuore aperto ai sentimenti che inizia a chiudersi nel tentativo di difendersi, la sua sempre maggiore riluttanza a chiedere attenzioni, i suoi tentativi di apparire imperturbabile quando invece si sente debole, gli atteggiamenti indifferenti e rabbiosi con cui soffoca le lacrime e il bisogno di rassicurazione.
Ma vediamo anche la sua capacità di essere felice di quello che ha nonostante quello che non ha. Quanta tenerezza ci trasmette mentre attende puntualmente le sporadiche visite della madre e ogni estate l’arrivo del papà per trascorrere con lui le vacanze in Sicilia! Quanta tenerezza quando, da adolescente, è così ingenuo da non pensare che anche i giovani possano giocare a calcio in una squadra! E ci fa stringere il cuore quando racconta, sempre adolescente, di essere molto fortunato perché la mamma gli vuole bene e quando può lo va a trovare, e perché cenare a casa di tanti amici è come avere tante famiglie. Mi ha spezzata l’autoconvincimento con cui si costruisce un mondo perfetto per evitare di vedere le carenze in cui inciampa ogni singolo giorno. Lui, figlio a metà, bloccato tra la famiglia che formalmente ha ma non lo reclama e un ipotetico nuovo nucleo per lui irraggiungibile.

Con straordinaria sensibilità, dunque, Elena Vatta ci racconta una storia e insieme una persona, entrando nelle pieghe del suo animo attraverso semplici ma significativi episodi del suo percorso di crescita, come la scoperta del calcio, la lotteria in collegio, le vacanze con il padre, le innocenti marachelle, le attese della madre e tanto altro; nel frattempo, gli scorci di vita del Giuseppe adulto, intervallati al racconto dell’infanzia, si rivelano strategia oltremodo efficace nel mostrare come molti comportamenti successivi abbiano radice in traumi più o meno espressi vissuti da bambini.
È il caso, per esempio, degli sfoghi simili a capricci infantili o dei cambi d’umore improvvisi, sintomi di una rabbia antica e accumulata. È il caso dell’infinito desiderio di solitudine alternato a un’ossessiva ricerca di visibilità e di riconoscimento sociale, conseguenza del mancato appagamento di un naturale bisogno di riconoscimento di sé durante l’infanzia, oltre che necessità di esorcizzare l’unico evento, ma il più importante, in cui Giuseppe non era stato protagonista, l’essere figlio.
L’uomo Giuseppe – adulto troppo presto e bambino per sempre – è, come il piccolo Giuseppe, ricco di contrasti: vive in bilico tra la necessità del gruppo e il bisogno di rispondere solo a se stesso, tra l’inesauribile sete di amore e il rifiuto di ogni vicinanza autentica, perché evita ciò che può ferirlo piuttosto che rischiare di soffrire, perché non vuole sentirsi costretto da persone, relazioni o situazioni.
Perché alla base di ogni sua azione c’è la necessità di riscatto, c’è la paura di non essere amato in proporzione al bisogno, c’è un risentimento inconfessato e c’è, soprattutto, il tormento di chi ha sofferto l’abbandono e l’assurdo (e inespresso) senso di colpa che ne consegue e che pesa come un macigno.

Eppure, Giuseppe in collegio è stato molto amato. Prima di tutto e soprattutto da Suor Alessandra.
E mi ha toccato il cuore, Suor Alessandra. Lei, che accoglie il bambino e ne segue la crescita fino all’adolescenza; lei e il suo desiderio celato e inconfessabile; lei, in grado di coniugare perfettamente il rigore e la tenerezza; lei, una specie di mamma nel cuore; lei, Madre anche se non madre.
Lei, ancora, che sente Giuseppe suo, che lo ama immensamente e che proprio per questo, quando arriva il momento, è capace di mettersi da parte, di seguirlo vicina col cuore ma un passo dietro a lui, perché capisce e impara a donare l’amore genitoriale senza un patto di esclusività, come ogni genitore dovrebbe fare – perché i figli non appartengono.
Certi affetti, però, non sono sostituibili, e Giuseppe, pur amando suor Alessandra, avrebbe voluto qualcuna che fosse una mamma e basta, che stesse vicino a lui, proprio a lui, solo a lui. Avrebbe voluto Rosi, quella madre biologica che ha deciso di lasciarlo andare pur non riuscendo a lasciarlo andare del tutto.
E dato che Il bambino delle vigne parla di amore in molti sensi, è importante anche spendere due parole su Rosi, che nel suo girotondo di poche responsabilità e velleitarie ambizioni ha deciso di non negare la vita al suo bambino e allo stesso tempo è stata in grado di rinunciare a lui, di privarsi di un figlio per dargli delle possibilità che con lei non avrebbe avuto. Anche questo, in fondo, è un atto d’amore, ma un atto d’amore che per moltissimi anni Giuseppe non riesce a capire e accettare.
Ma dai genitori biologici di Giuseppe si potrebbe trarre anche un’altra lezione: che il sangue non è garanzia di stabilità affettiva e che i legami non possono essere dati per scontati, mai, specie se non adeguatamente nutriti. Che le promesse alla fonte non sono sufficienti a fronte di percorsi lunghi e tortuosi che vanno coltivati con dedizione, pazienza e cura.
Ma non c’è niente di più importante, e questo romanzo ce lo ricorda molto bene, del coltivare e del prendersi cura dei rapporti veri: quei rapporti intimi, profondi e vincolanti; quelli che tanto chiedono e tanto danno; quelli che necessitano di costanza, compromessi e sacrificio ma che costituiscono l’unica base solida delle nostre vite; quelli che fanno paura perché è faticoso conquistarli e doloroso perderli, mentre sarebbe più comodo scappare e fingere di non averne bisogno.
Perché la sbandierata indipendenza emotiva è una bugia che ci raccontiamo per mostrarci più resilienti e per non soccombere alle nostre più diffuse paure: la paura di essere rifiutati, di essere abbandonati, di non essere amati come vorremmo.
E allora in certi casi bisogna imparare o reimparare, come nel caso di Giuseppe – a fidarsi dell’Amore, a crederci fino in fondo. A lasciarsi cambiare, lasciarsi amare, lasciarsi travolgere. Col rischio di essere abbandonati, certo, ma con la certezza di Vivere.
Per fortuna di Giuseppe, e di tutti noi, non è mai troppo tardi per questo.

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Orbital di Samantha Harvey ci ricorda che la Terra è la risposta a tutte le domande

La mia edizione di Orbital.
Foto scattata nel settembre 2025.
La mia edizione di Orbital.
Foto scattata nel settembre 2025.

Orbital non è una lettura semplice. Scivolare in silenzio attraverso i fusi orari sulla stazione spaziale mentre scivoliamo attraverso sei sguardi – quelli di quattro astronauti e di due cosmonauti – richiede una dose di concentrazione non indifferente, perché si lega alla disponibilità a dedicare al libro un tempo assoluto, totale, che consenta un’immersione completa.
Non perché Orbital contenga particolari riflessioni o innovazioni concettuali, ma per il cambio di prospettiva in cui ci proietta; perché, se si riesce a entrare nel libro, la sensazione è davvero quella di orbitare sedici volte attorno alla Terra nel giro di ventiquattro ore. E il punto – la cosa che ci assorbe, ci fagocita e ci sconvolge – è proprio questo: non il fatto di avere tra le mani qualcosa di nuovo o di diverso, ma il fatto di avere quello che sappiamo – semplicemente tutto quello che sappiamo – condensato lì, davanti a noi.

Non per niente, i pensieri che si hanno in orbita sono così grandiosi e così vecchi. E sono anche meno numerosi e più nitidi, come campane lontane che suonano una alla volta nella testa.
E d’altronde, come potrebbe essere altrimenti? Sei qui che giri attorno alla Terra, giri e rigiri, sedici volte in ventiquattro ore, giri mentre lo spazio fa a pezzi il tempo, mentre la tua idea di casa implode, mentre sei diviso tra il non voler essere qui e il volerci essere sempre – qui, a un passo dallo spazio che ti ha lasciato avvicinare al pulsare tremante del suo selvatico esotismo; qui, tra la Luna, la cui vista dalla stazione spaziale è tutto, e le stelle che spuntano come bucaneve; qui, soprattutto, di fronte alla tua Terra, quella Terra che appare fluida, morbida, quella Terra di cui ci si innamora ogni volta: quando è illuminata e sembra respirare, come un animale, mentre mostra tutta la sua semplicità di terra e mare senza esseri umani, e allo stesso modo quando, nell’eccesso luminoso della notte, sembra proclamare all’abisso che lì c’è qualcuno (perché, in un rovesciamento completo di prospettive, l’umanità dallo spazio è una creatura che esce solo di notte).
E tu sei qui, sei qui che giri di fronte a questo spettacolo e sai che potresti passare tutta la vita così, in orbita, in una combinazione improbabile, ma tremendamente esatta, con l’atlante stradale e le mappe delle stelle.

Qui, di fronte alla Terra che brilla come uno specchio illuminato in una stanza nero pece, ogni visione ti ha spalancato il cuore, scardinandolo, una fessura per volta: le isole Curili come una scia di impronte e il Giappone, sotto di loro, simile a un fantasma che infesta le acque; le luci di Città del Capo, un artiglio che segna l’inizio, o la fine, di un continente; i fiumi del Nord America come lunghe ciocche di capelli caduti, l’Himalaya come brina strisciante; le isole Marshall, un delicato merletto di terre, e nella Polinesia francese gli atolli simili a losanghe di opale; e ancora, canyon come conchiglie di madreperla, continenti incisi con l’oro nell’ultimo tratto di notte, il nichel morbido e levigato del Mediterraneo luccicante nel Sole, la spirale del centro America, la distesa ocra e marrone dell’Uzbekistan; e poi Johannesburg e Pretoria, in Sudafrica, unite come una stella binaria; i Grandi Laghi come acciaio battuto nel sole di pomeriggio; le luci di Taiwan e Hong Kong, vicine alla curvatura terrestre, simili a incendi che divampano; e c’è la Danimarca che balza come un delfino verso la Norvegia e la Svezia, c’è il bastione di montagne del Sud America, ci sono le regioni dell’Asia turgide di mattino; e c’è la costa sinistra del Canada, che non è affatto una costa, ma tanti frantumi di terra; e le città dell’Africa – continente di caotica perfezione, raso stropicciato, pastello sbriciolato – simili a mucchietti di monete d’oro su un telo ricamato; e la solennità del tardo pomeriggio del Nord Europa; e di notte, sotto la prima neve della stagione, ci sono Samara e Togliatti, sulle candide sponde del Volga, simile a un serpente nero che si staglia nel bianco; e poi il panorama dell’estremo nord, un vortice liquido di banchi di ghiaccio e nubi.
E mentre fissiamo nel nostro cuore le immagini delle aurore polari, che mutano e ondeggiano serpeggiando all’interno dell’atmosfera, frenetiche e magnifiche come una creatura intrappolata; mentre un fulmine compare come un fiore elettrico che sboccia e si richiude in silenzio; mentre contempliamo il ricamo delle navi che solcano l’oceano, il Terminatore continua a spostarsi e ancora una volta ci meravigliamo per l’arrivo dell’alba – quando, sulla spalla destra del pianeta, compaiono le prime fessure argento, e basta un attimo perché questo lato si trasformi in una scimitarra brillante – e poco dopo per i mille modi in cui la Terra canta di luce, fino a un’altra ora del tramonto, che ci trova incantati di fronte a quella linea sempre meno nitida, come se la Terra, acquerello che perde colore, si stesse dissolvendo.

Davanti a tutto questo, mentre i continenti passano come campi e villaggi dal finestrino di un treno, molte grandi domande sembrano tornare a scavarci nel cuore.
Come conciliare l’arroganza e l’avidità dell’uomo con la sua capacità di sentire, con il dono di essere testimoni di quanto c’è di buono?
Come conciliare la consapevolezza di ciò che è possibile fare con il desiderio, la convinzione, l’opportunità e la spinta dell’autodeterminazione con tutta un’altra consapevolezza, quella di essere granelli di sabbia? Come conciliare il fatto che contiamo tanto e non contiamo per niente? Che ogni vita di per sé è una nullità, ma anche molto più di tutto il resto?
E poi, chi o cosa ha creato l’universo – una forza sfrenata, attenta e bellissima, oppure, con una differenza banale e insormontabile al tempo stesso, una sfrenata, disattenta e bellissima?
Ma quanto più queste domande sembrano riemergere e incalzare, tanto più finiscono per annullarsi: nella miscela di spettacolo e straniamento che è quest’orbitare, infatti, realizziamo di essere noi il punto, realizziamo che il punto è la Terra. E d’altronde, a ben guardare, Harvey ci aveva fornito questa chiave già a pagina 3: la Terra è la risposta a tutte le domande. È questa, dunque, la grande intuizione di Orbital – la necessità di riportare l’attenzione su di noi, su quello che abbiamo attorno e su quello che abbiamo dentro, sulla bellezza e sulla potenza del mondo in cui viviamo e del nostro essere creature.
E, allora, quanto è commovente che da qui la Terra sembri infinitamente unita, come un poema epico di versi che scorrono? Quanto è potente l’idea che una creatura qualsiasi sulla Terra da sola possa raccontarci tutto, la storia del mondo e forse anche il suo futuro, perché la sua storia è la storia della Terra?
Quanto è commovente che forse, tra più o meno quarantamila anni, una qualche forma di vita in un qualche sistema planetario della Via Lattea recupererà una vecchia sonda derelitta e libererà la Quinta di Beethoven, che rimbomberà come un tuono attraverso una frontiera diversa, e la musica dell’uomo potrà risuonare fino ai confini della nostra galassia?
La musica dell’uomo e quella della Terra, messe insieme: sono queste le cose che vorremmo lasciare, che vorremmo attraversassero la nube di Oort, i sistemi solari, i meteoriti sfreccianti e l’attrazione gravitazionale di stelle che ancora non esistono. Sono queste cose – il canto delle balene, il belato di una pecora, risate, passi, il lieve schioccare di un bacio, il rombo di un trattore, la voce di un bambino, e magari la firma sonora di un cervello inondato d’amore. E allora queste cose osserviamole, diamo loro spazio, ricordiamocele. Perché la domanda giusta, quella vera, è una domanda retorica: ci sono davvero cose più importanti di queste?

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Passavamo sulla terra leggeri

La mia edizione di Passavamo sulla terra leggeri.
Foto scattata nell’agosto 2025.

Non ho parole per raccontare cos’è davvero questo libro, né per esprimere la mia gratitudine nei confronti di Sergio Atzeni. Ci ha donato un racconto ispiratissimo, intessuto di poesia che sembra fluire direttamente dal tempo, fuori da ogni canone e intanto amalgama di magia e realtà, energia e malinconia, un fiume in piena che scorre tra storia e fiaba, stravolgendo qualsiasi confine con la forza dello spirito sardo.

Grazie, grazie per avermi fatto sentire con un libro tutta la fierezza e tutta l’emozione di appartenere a questo popolo, a questa terra, a questa isola arcana e meravigliosa.

“Chiamavamo noi stessi s’ard, che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle.”

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Quella catarsi poetica che è Foglie d’erba

La mia edizione di Foglie d’erba.
Foto scattata nel marzo 2025.

Ecco cos’è Foglie d’erba.

Spiritualità profonda e dirompente che si fonde a una passione viscerale per la vita terrena. 
Trascinante impulso per ogni attimo di presente unito a un istinto ingovernabile per l’esperienza dell’infinito.
Amore e celebrazione di se stesso e dell’umano quanto instancabile trasporto all’immanenza di un altrove.

È lirica che si interseca con l’epico e col prosastico.

È inclinazione altruista; è fiducia idealistica nell’uguaglianza e nella democrazia. È entusiasmo per il mondo e insieme patriottismo spiccato.

È glorificazione del qui e ora e al contempo fede nel futuro, in un senso e in un disegno.
È comunione tra l’io e la terra, tra l’io e gli altri io, tra l’io e l’universo, tra corpo e spirito.

È tensione alla scoperta, è abbandono alla Natura, è inno alla gioia.
È voglia di dare e di assorbire; è innocenza e sensualità.
È spinta alla vita, canto di libertà, vocazione furiosa.
È poesia irrefrenabile, impetuosa, pulsante e istintiva; poesia sovrabbondante, primitiva, vertiginosa e appassionata.
Una poesia che è una catarsi.

E smuove e commuove, stordisce e meraviglia.

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Ho dedicato a Foglie d’erba anche un contenuto video su YouTube, a questo link, dall’inizio al minuto 10:42.

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Città della pianura scalda e strappa il cuore

La mia edizione di Città della pianura.
Foto scattata nel dicembre 2023.
La mia edizione di Città della pianura.
Foto scattata nel dicembre 2023.

Ero convinta che al termine di Città della pianura avrei aspettato, che mi sarei data tempo per metabolizzare – come faccio di solito con la grande letteratura – e magari scriverci sopra qualcosa di strutturato e ragionato. Ma stanotte ho girato l’ultima pagina e ho capito che non posso aspettare, che qualcosa devo scriverla adesso, a caldo e senza troppo riflettere, perché di questo finale di trilogia voglio fissare nel modo più assoluto l’emozione, e un po’ anche perché questa emozione ho bisogno di buttarla fuori subito.

Io non lo so come faccia McCarthy. Non so come riesca a fare questo effetto su di me. A colpirmi così, ogni volta. Forse è quel suo modo essenziale e poetico di incastonare nelle parole la meraviglia e la disperazione della vita. McCarthy ha un modo profondamente… arcano di raccontare la storia di tutti gli uomini nella storia di un unico uomo. O, se vogliamo dirla al contrario, di prendere la storia di un unico uomo e mostrare in essa la storia di tutti. Ha un modo così intimo di portarti dentro, poi. Dentro la vita, intendo. Ti fa avvicinare alla verità della vita descrivendo il semplice atto di sciacquare una tazza. In McCarthy, anche l’azione di portarsi un piatto a tavola sembra racchiudere un implicito intensamente spirituale. E ci sono queste parti, a volte anche pagine e pagine, in cui non accade nulla di particolare – e però c’è tutto; c’è la vita nella sua essenza. Ecco perché mentre leggo McCarthy mi dimentico veramente di avere un libro tra le mani. In qualsiasi punto: dai racconti dei gesti quotidiani alle svolte di trama. Mentre leggevo la scena di John Grady, Billy e i cagnolini si è fatta notte fonda e neanche me ne sono accorta.

Ah, John Grady. John Grady in Città della pianura: una tenerezza straziante.
E forse in un certo senso Città della pianura è il libro di John Grady molto più di quanto lo sia stato Cavalli selvaggi, anche se in Cavalli selvaggi era lui e lui solo il protagonista. Ma Cavalli selvaggi era una storia di ricerca, di suggestioni infinite e vagabonde, e il personaggio principale appariva sfumato rispetto alla natura pazzesca e ammaliante che esplodeva tra le pagine. Vale un po’ la stessa cosa anche per Oltre il confine, dove emergeva moltissimo del protagonista Billy – la sua onestà, per esempio; la sua generosità, il suo senso del dovere – e tuttavia erano il carattere iniziatico del romanzo, il leitmotiv dell’appartenenza e la solennità della natura a occupare lo spazio maggiore.
In Città della pianura accade qualcosa di diverso, perché McCarthy sceglie di far arretrare la natura e di dare più spazio ai personaggi. Adesso sono John Grady e Billy, insieme, al centro assoluto della scena. Nel frattempo, con la natura è arretrato anche il tema del viaggio: in un certo senso, Città della pianura è più statico dei due romanzi precedenti; è fondato completamente sulle azioni e sui dialoghi, ed è nelle azioni e nei dialoghi che si concentra tutto il misticismo di cui McCarthy è capace. Come dicevo prima, in lui anche un semplicissimo gesto della quotidianità – in questo libro più che mai – sembra racchiudere un senso altro. E i dialoghi! Anche – e forse soprattutto – gli scambi sui cavalli, sui pascoli, sui comportamenti del bestiame, anche gli aneddoti di vecchi cowboy sembrano attraversati da un umore mistico, perché McCarthy ha il dono sublime di mostrare l’impronta della verità essenziale impressa nelle cose più semplici. Succede sempre. E poi, quelle battute così stringate e così dense. Dal forse non sono capace di lavorare per più di una persona alla volta di John Grady al è che non posso farne a meno di Billy mentre ingrana la retromarcia per aiutare i messicani.
E sì, a proposito: c’è questa scena, poco dopo l’inizio, in cui Billy aiuta un gruppo di messicani a riparare una gomma bucata – ecco, un’altra di quelle scene in cui ho perso la cognizione del tempo – e non so perché ma leggendola stavo per mettermi a piangere, talmente era profonda la scena e talmente era profondo il suo significato nel modo in cui McCarthy l’ha scritta.
Ho detto che John Grady mi ha fatto una tenerezza straziante. E tra lui e Billy – be’, non so chi tra lui e Billy mi abbia commossa e devastata di più. Il fatto è che non si può non volere a entrambi un bene immenso.

Non posso parlare di questo libro raccontandone la trama. E non serve a molto raccontare la trama quando le cose che fanno il libro sono altre. Sono partite a scacchi, luci al neon che ribollono e galleggiano sbavate ed evanescenti nella pioggia, un arco descritto in aria da una sigaretta, il vento che gioca coi tizzoni di un falò, occhi di ragazza che nascondono il mondo, aste di cavalli, ombre stratificate di palizzate come binari di ferrovie, costellazioni alla deriva, arcani insondabili iscritti su strapiombi rocciosi, una vecchia casa da rimettere a posto, le luci della città nella pianura come stelle riflesse in un lago, occhi di bestiame che galleggiano nel buio come carboni ardenti al faro di una locomotiva, staffe e redini, oche selvatiche che volano davanti alla luna e chissà dove vanno, fondi di caffè che roteano in una tazza, sveglie a notte fonda, stelle sulla testa come un’alluvione, le storie implacabili raccontate dagli antichi ingranaggi di una pendola e dall’antico silenzio del deserto, un cucciolo in una cassetta, matasse di luce nella strada attraversate e scomposte dai raggi delle ruote di un carretto, racconti di vita randagia, il catino azzurro cupo che resta della notte mentre un nuovo giorno scende lento sul paesaggio, l’alone delle luci cittadine sul deserto come un’alba eternamente a venire, i pioppi e le montagne e la distesa rossastra del cielo al tramonto… E in tutto questo i gesti e i riti quotidiani, i dialoghi e i silenzi, i detti e i non detti.
E sono sempre loro, soprattutto loro – i gesti, i detti e i non detti – i cardini dei rapporti più profondi; i cardini, soprattutto, di un’amicizia che insieme scalda e strappa il cuore. Perché questo libro parla di amicizia più di ogni altra cosa. È vero, parla anche (e moltissimo) di amore – il motore della trama è legato a un innamoramento – ma ancora di più parla di amicizia e del senso della famiglia, di quella famiglia che si viene a creare tra persone che vivono e lavorano insieme. L’amicizia fraterna tra John Grady e Billy, così rude e così tenera e così intima, ti scava dentro come nessun altro rapporto raccontato nel libro. Spunta a metà tra un pennello in più – giusto nel caso saltasse fuori uno scemo che aveva voglia di pitturare – e un come fai a essere così testone?, tra un buonanotte gridato in corridoio e una cantilena burlona in rima; tra detti e non detti, silenzi e mezzi silenzi.
E mentre leggi sai che soffrirai, capisci dove sta andando a parare la storia, lo avverti tra le pagine che per questi personaggi non ci sarà un lieto fine – eppure non riesci a smettere di leggere. Forse per quegli sprazzi di luce che affiorano all’improvviso e che a volte si allargano, sempre più vividi, e poi diventano così abbaglianti da coprire tutto il resto. Sono i momenti che ti ricordano che anche in mezzo alla sofferenza, alla cattiveria e alle ingiustizie del mondo ci sono valori che rimangono solidi, sempre, e ci sono persone che credono in questi valori: l’amicizia, la famiglia, il potere del cuore; ma anche la gentilezza, la fiducia, la generosità, l’aiuto reciproco, l’ospitalità, la condivisione, la pietà. Per questo Città della pianura è così disperatamente bello. Per questo è incredibile come ti pugnali, ti devasti, ti faccia a pezzi, eppure dopo averlo chiuso tu McCarthy vuoi ringraziarlo. Per aver scritto qualcosa di così tremendo e di così maestoso. Per averti portato dentro a tutto il dolore e a tutta la grazia della vita. Per essere riuscito a scaldarti il cuore mentre te lo strappava.

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Se ti interessa leggere altro sulla Trilogia della frontiera, ho parlato del primo volume, Cavalli selvaggi, qui e qui, e del secondo volume, Oltre il confine, qui. 😉

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L’amore tracimante per la scrittura, per la vita e per una Parigi che è un pezzo di giovinezza in Festa mobile di Hemingway

La mia edizione di Festa mobile.
Foto scattata nel novembre 2023.
La mia edizione di Festa mobile.
Foto scattata nel novembre 2023.

È la Parigi dei piccoli caffè, di legna per l’inverno e di bucce di mandarini sul fuoco del camino mentre rifletti su un nuovo racconto. È la Parigi che ospita in una via fredda e spazzata dal vento la libreria più simpatica, calda e accogliente del mondo, dove la proprietaria ti presta i libri perché tu non hai soldi per comprarli. È la Parigi delle passeggiate solitarie e piene di leggerezza al termine di sessioni produttive di scrittura. È la Parigi che ti offre nei grandi giardini rifugi stimolanti; la Parigi dove sei triste quando il parco è chiuso e sbarrato e devi girargli intorno invece di attraversarlo mentre torni a casa. È la Parigi dei whisky e dei caffè crème, di pugilato e corse di cavalli e scommesse; la Parigi di pittori e pescatori, delle bancarelle di libri sulla Senna in cui trovi nuove uscite a pochissimo prezzo. È la Parigi dove con tutti quegli alberi, anche quando spogli, non puoi mai sentirti solo; la Parigi dove la primavera arriva lenta ma nitida, e quando sembra stentare finisce che una notte di vento caldo la porta all’improvviso in una sola mattina; la Parigi dove allora, quando arriva la primavera, non vi sono problemi eccetto dove andare per sentirsi più felici, e questo è quasi commovente.
È la Parigi dove non puoi scrivere di Parigi – Parigi, no, non la conosci ancora abbastanza bene – ma in giornate selvagge, fredde e ventose riesci a scrivere del Michigan con una semplicità che ti riscalda.
È questa la tua Parigi, la Parigi della scrittura, questa dove insegui il tuo sogno. Questa dove Gertrude Stein ti ospita nel suo salotto, dove Ezra Pound ti coinvolge in progetti altruisti; questa dove frequenti e conforti Scott Fitzgerald, l’amico che più di tutti, indiscutibilmente, sembrerà uscire dalle pagine delle tue memorie con la sua sensibilità, le sue ansie, le sue passioni e le sue dipendenze, in un ritratto toccante perché umanissimo. Perché, sì, di queste persone scriverai in futuro con una noncuranza affettuosa in grado di colpire come una bomba chi ti leggerà.
Perché ci scriverai, di questa tua Parigi. Ci scriverai di questa Parigi in cui, nonostante i racconti continuino a tornarti indietro, riconosci già in te una fede assoluta e una consapevolezza profonda rispetto alla scrittura; di questa Parigi in cui devi far quadrare i conti, in cui certe strade le eviti perché non puoi permetterti di farti venire fame, ma in cui la verità è che tu e Hadley, la tua amata moglie Hadley, l’eroina di queste storie, vi sentite invulnerabili – la verità è che non potreste essere più felici di così.

*

La Parigi di Hemingway è intima, avvolgente e intensa come queste pagine sono vivide, nostalgiche, autentiche, fluttuanti. Festa mobile è un libro pieno di vita e di malinconia insieme. Tracimante di amore per l’arte, per la scrittura, per un luogo che è un pezzo di giovinezza. Tracimante di voglia di vivere, e di amare, e di scrivere. È un’auto-incursione intima, dolce, in qualche modo sconvolgente. Un documento imperfetto ma ineguagliabile di un pezzo di vita. Un tributo puro e autentico all’importanza della memoria, che all’ultima pagina mi ha travolto in tutta la sua portata, e mi ha commossa nel profondo.

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Ho dedicato a Festa mobile anche un contenuto video su YouTube, a questo link.

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Suggestioni paesaggistiche e sentimento ne L’edera di Grazia Deledda

La mia edizione de L’edera.
Foto scattata nell’agosto 2024.

L’edera è un romanzo breve e assai intenso che Grazia Deledda costruisce sullo sfondo di un duplice decadimento – della nobiltà sarda e della società del paese di Barunèi all’inizio del XX secolo – rendendo la tragica vicenda di Annesa punto di partenza per una riflessione su devozione e attaccamento e per un’indagine sulle idee di colpa e di peccato, misurando la distanza tra pentimento ed espiazione ed esplorando il rapporto tra religione e fede, mentre il paesaggio sembra parlare e il suo sentimento compenetrarsi con gli stati interiori dei personaggi, in un gioco di simbologie continuo e potente e in una fusione quasi mistica tra scrittura e natura.

***

Ho trascritto qui sotto una serie di passi che mi hanno colpita particolarmente e che credo risultino rappresentativi della bellezza, della forza e del pathos della scrittura di Grazia Deledda. Ho deciso di concentrarmi su quelli che raccontano il paesaggio e il compenetrarsi della natura con gli stati d’animo dei personaggi.
Le pagine si riferiscono all’edizione de L’edera OMBand Digital Editions 2022.

“La notte era calda e tranquilla, rischiarata appena dal velo biancastro della Via Lattea e dalle stelle vivissime. Davanti ad Annesa stendevasi l’orto, nero e tacito, dal quale saliva un aspro odore di pomidoro e di erbe aromatiche: il profumo del rosmarino e della ruta ricordava la montagna, le distese selvagge, le valli primordiali, coperte di macchie e di arbusti, che circondavano il paese.
In fondo all’orto cominciava il bosco, dal quale emergeva la montagna, col suo profilo enorme di dorso umano disteso sull’orizzonte stellato. I grandi alberi neri, in fondo all’orto, erano così immobili e gravi che parevano roccie scure.
Ma la pace, il silenzio, l’oscurità della notte, l’immobilità delle cose, pesavano come un mistero sul cuore di Annesa.” (pp. 15-16)

“– […] tu l’hai già detto una volta, che io sono come l’edera; come l’edera che si attacca al muro e non se ne distacca più finché non si secca…
– O finché il muro non cade […]” (p. 19)

“Ella aveva partecipato a tutte le vicende della famiglia, in quella casa dove il destino l’aveva gettata come il vento di marzo getta il seme sulla roccia, accanto all’albero cadente. Ed era cresciuta così, come l’edera, allacciandosi al vecchio tronco, lasciandosi travolgere dal turbine che lo schiantava.” (p. 20)

“Seduta sul limitare della porta, ombra nell’ombra, ella si lasciava avvincere dai ricordi: e questi ricordi erano tristi, e avevano uno sfondo incerto e melanconico come quel cielo notturno che finiva davanti a lei sopra la montagna addormentata.
Solo qualche ricordo, fra gli altri, brillava e si staccava da questo sfondo, simile alle stelle filanti che di tanto in tanto pareva si staccassero dal cielo, stanche di tanta altezza serena, per scendere sulla terra ove si ama e si muore.” (p. 20)

“Enormi roccie di granito, sulle quali il musco disegnava un bizzarro mosaico nero e verde, si accavalcavano stranamente le une sopra le altre, formando piramidi, guglie, edilizi ciclopici e misteriosi. Pareva che in un tempo remoto, nel tempo del caos, una lotta fosse avvenuta fra queste roccie, e le une fossero riuscite a sopraffare le altre, ed ora le schiacciassero e si ergessero vittoriose sullo sfondo azzurro del cielo. E le macchie e le quercie, a loro volta, cessata la lotta delle pietre, avevano silenziosamente invaso i precipizi, s’erano arrampicate sulle roccie, avevano anch’esse cercato di salire le une più su delle altre. Tutte le cose in quel luogo di grandezza e di mistero assumevano parvenze strane […]” (pp. 25-26)

“[…] ai loro piedi il bosco precipitava come una grandiosa cascata verde […] Valli e montagne, valli e montagne si seguivano fino all’orizzonte: tutto era verde, giallo e celeste.” (p. 27)

“La luce rosea-aranciata dell’aurora illuminava dolcemente il passaggio, che pareva un paesaggio primordiale ancora vergine di orme umane. La valle era tutta scavata nel granito; muraglie di roccie, edifizi strani, colonne naturali, cumuli di pietre che sembravano monumenti preistorici, sorgevano qua e là, resi più pittoreschi dal verde delle macchie di cui erano circondati e inghirlandati. Il letto di un torrente, di granito, d’un grigio chiarissimo, solcava la profondità verdognola della valle, e gli oleandri fioriti che crescevano lungo la riva, fra le roccie levigate, parevano piantati entro ciclopici vasi di pietra. […]” (p. 44)

“Un coro d’una tristezza selvaggia indescrivibile risonava nella chiesetta: pareva un rombo lontano di tuono, attraversato da melanconici squilli di campane, da lamenti e singhiozzi infantili. […]
E i devoti, nella chiesetta sempre più melanconica, proseguivano il loro coro desolato: pareva che un popolo nomade passasse al di fuori, nel campo roccioso, intonando un canto nostalgico, un addio alla patria perduta.
Paulu sentiva quest’arcana nostalgia che è nel carattere del popolo sardo.” (pp. 50-51)

“[…] E Paulu che non tornava! Dov’era egli? Il pensiero di Annesa lo cercava, lo sentiva, lo seguiva, per l’immensità deserta delle tancas, attraverso i sentieri melanconici, sotto quel cielo cupo e minaccioso che anche sopra di lei, sopra la sua testa dolente, pareva pesasse come una volta di pietra.” (p. 61)

“La giornata diventava sempre più cupa e triste; il tuono rumoreggiava in lontananza, dietro la montagna livida e nera. Qualche cosa di angoscioso e di tragico gravava nell’aria. […]
Sotto il cielo grigio solcato da nuvole quasi nere, d’un nero terreo, tutto appariva triste: la valle si sprofondava come un enorme precipizio, le roccie sembravano pronte a rovesciarsi le une sulle altre: il bosco della montagna, nero e immobile, si confondeva con le nuvole sempre più basse.
E Paulu non veniva. Annesa soffriva un terribile mal di capo: le pareva che l’anfora fosse una delle roccie che, nel suo capogiro, ella vedeva quasi muoversi e precipitare: e il tuono le risuonava entro la testa, con un rombo continuo.” (p. 62)

“[…] l’uragano era cessato: la luna saliva limpida sul cielo azzurro chiaro come un cristallo; i vetri delle finestre, il lastrico del cortile, le tegole della tettoia avevano un riflesso d’argento. E nel silenzio profondo non si udiva più neppure il canto dei grilli, né la voce del rosignuolo che ogni notte cantava come in sogno, nel bosco in fondo all’orto.
La furia dell’uragano aveva spento anche la voce delle cose. Pareva che gli abitanti del villaggio, nero ed umido sotto la luna, fossero tutti scomparsi come i loro leggendari vicini del paese distrutto.” (p. 67)

“Cadeva una sera mite e luminosa. I boschi, immobili e taciti, dal confine dell’orto fino agli estremi vertici della montagna apparivano rosei, come illuminati da un incendio lontano […]” (p. 90)

“Per qualche tempo rimase là, immobile sullo scalino della porta, ma invece di riposarsi le pareva di sentirsi sempre più stanca, e come il cielo si oscurava, anche i suoi pensieri si velavano.” (p. 90)

“Le pareva che fantasmi mostruosi l’inseguissero, per afferrarla e gettarla in un luogo più misterioso e spaventoso di quell’inferno al quale non credeva. Il caos era intorno a lei: un’ombra, una nebbia, una notte tormentosa, senza fine.” (p. 93)

“[…] di nuovo tutto fu silenzio sotto il grande occhio giallo della luna.” (p. 95)

“Le parve che la notte, la luna, le ombre, il silenzio le fossero amici: tutte le cose tristi ed equivoche oramai le davano coraggio, perché tutto era triste ed equivoco nella sua anima.” (p. 96)

“Qua e là brillavano, tristi e glauche fra i giunchi neri, larghe e rotonde chiazze d’acqua che parevano gli occhi melanconici della montagna non ancora addormentata. […]” (p. 96)

“[…] Fantasmi mostruosi sbarravano allora lo sfondo della strada: in lontananza apparivano edifizi neri misteriosi; muraglie fantastiche sorgevano di qua e di là dal sentiero: le macchie sembravano bestie accovacciate, e dai rami degli elci si protendevano braccia nere, teste di serpenti. Tutto un mondo di sogno, ove le cose incolori e informi destavano paura per la loro immobilità e la loro incertezza, si stendeva sotto il bosco.” (p. 96)

“[…] il mare apparve, come una nuvola d’argento azzurrognolo, sull’ultima linea del cielo lattiginoso […]” (p. 97)

“La luna brillava limpidissima; ma in lontananza cominciavano a salire larghi nastri di vapori luminosi, e quando il pastore e Annesa arrivarono al di là della radura videro, attraverso i tronchi, un mare di nebbia argentea, dal quale emergeva, enorme scoglio azzurro in forma di piramide, il monte Gonare.” (p. 99)

“Ma sotto di sé vide una cascata spaventosa di roccie, precipitante fin quasi in fondo alla valle: qua e là, fra i crepacci delle rupi livide alla luna, nereggiavano ciuffi d’elci e cespugli che parevano chiome selvaggie di mostri pietrificati.” (p. 99)

“Il cielo era velato; larghe striscie di nebbia bianca che parevano fiumi, solcavano qua e là le valli e i monti.” (p. 100)

“[…] sul versante della montagna ondulavano ombre e vapori, simili a grandi veli distesi sulle roccie […]” (p. 102)

“[…] ma già una luce vaga la richiamava verso un punto lontano, e la guidava come la luce del faro richiama e guida il navigante attraverso le tenebre e l’ira feroce del mare in tempesta.” (p. 102)

“[…] entrambi con gli occhi fissi al di fuori del portico, verso quella lontananza triste ove la luna moriva e il cielo pareva coperto di veli che uno dopo l’altro cadevano lentamente dietro le ultime montagne dell’orizzonte.” (p. 106)

“E ogni sua parola cadeva nel cuore di Annesa come pietra entro una palude, stracciando il velo torbido e fetido della superficie melmosa.” (p. 108)

“Vide attraverso il finestrino apparire una stella rossastra sul cielo verdognolo del crepuscolo, poi altre stelle ancora: e il bosco tacque, e tutto fu silenzio, silenzio misterioso di attesa.” (p. 115)

“[…] le pecore di zio Castigu pascolavano nascoste fra le macchie in fondo alla radura, e il tintinnio cadenzato dei loro campanacci pareva una musica misteriosa, quasi magica, un coro di vocine tremule sgorganti dalle pietre, dai tronchi, dai cespugli.” (p. 116)

“[…] erano lagrime di pentimento e di speranza, che nella notte infinita della sua anima cadevano e brillavano come nella notte le stelle filanti.” (p. 116)

“[…] la finestra era aperta; fino alla camera giungeva il canto di un grillo, un odor di basilico, lo splendore lontano d’una stella.” (p. 118)

“[…] La grande vallata dormiva ancora, con le roccie, i muraglioni di granito, i cumuli di pietre, chiari appena tra il verde scuro delle macchie: e nel silenzio dell’alba triste, pareva, coi suoi monumenti fantastici di pietra chiara, e le sue macchie melanconiche, un cimitero ciclopico, sotto le cui roccie dormissero i giganti di una età scomparsa.” (pp. 131-132)

“Una tristezza solenne, di cose morte, di luoghi vergini mai attraversati dall’uomo, incombeva sul paesaggio, fino all’orizzonte lontano, che con le sue nuvolette immobili pareva una pianura vaporosa sparsa di macchie ingiallite dall’autunno.
Annesa scendeva verso il ponte, con un fagotto in mano, e sembrava compenetrata dal silenzio cupo del luogo e dell’ora: il suo viso grigio e immobile, e gli occhi chiari dalla pupilla dilatata, riflettevano la serenità funebre del grande paesaggio morto, del gran cielo solitario.” (p. 132)

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Ho dedicato a L’edera anche un contenuto video su YouTube, a questo link, dal minuto 19:50 alla fine.

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L’indimenticabile viaggio di Arcipelago letterario

I libri protagonisti del viaggio di Arcipelago letterario. 
Foto scattata nella primavera 2024.
I libri protagonisti del viaggio di Arcipelago letterario.
Foto scattata nella primavera 2024.

Dal palpito arcano di Grazia Deledda al taglio conturbante di William Golding; dalla forza immaginifica di Elsa Morante alla suggestione evocativa di Jón Kalman Stefánsson; dal garbo di Laura Imai Messina all’inventiva tragicomica di Kurt Vonnegut; dalla fiamma malinconica di Ernest Hemingway alla delicatezza di Lucy Maud Montgomery; dall’epica poderosa di Victor Hugo all’immensità viscerale di Virginia Woolf: con loro abbiamo viaggiato dalla Sardegna al Pacifico, da Procida all’Islanda, dal Giappone alle Galápagos, da Cuba all’Isola del Principe Edoardo, da Guernsey a Skye; con loro abbiamo percorso in un anno rotte svariate tra scritture diverse e bellissime – rotte svariate tra generi, culture, epoche.
Abbiamo conosciuto i tormenti segreti di Efix, abbiamo assistito impotenti alle lotte di un gruppo di ragazzini sperduti; abbiamo vissuto l’infanzia e l’adolescenza con lo sguardo purissimo di Arturo, abbiamo sentito gli oggetti quasi parlare in una casa remota a Reykjavík; abbiamo accompagnato Yui nella sua rinascita, abbiamo letto di scomparsa ed evoluzione dell’umanità con molti sorrisi e un filo di malinconia; abbiamo lottato con tutti noi stessi insieme a Santiago e insieme a un marlin, abbiamo esplorato la natura e la nascita di una passione con Emily; abbiamo affrontato il mare col coraggio di Gilliat, abbiamo osservato la luce di un faro con la profondità di Mrs Ramsay.

È stato un viaggio incredibile. Indimenticabile.
Grazie infinite a chi ha partecipato dall’inizio alla fine; grazie a chi c’è stato anche solo per una tappa. Siete stati tutti preziosissimi!

In autunno salpiamo di nuovo: tantissime mete ci aspettano!

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Il vecchio e il mare è un romanzo sulla dignità e sul valore della lotta

Vita e dignità. Vita è dignità. Credo si racchiuda qui, in queste due parole semplici e immense, il significato ultimo de Il vecchio e il mare, il lavoro forse più noto di Ernest Hemingway.

La mia edizione de Il vecchio e il mare.
Foto scattata nel dicembre 2023.

Il vecchio e il mare. Il vecchio, e il mare. Due parole semplici, ancora, nel titolo italiano che risulta quanto mai efficace, peraltro ricalcando quello inglese The old man and the sea, nel richiamare suggestioni e profondità di rara bellezza, concentrando in sé e comunicando d’impatto il carattere e la natura del libro. Perché una trama dalla semplicità disarmante – un vecchio pescatore che per alcuni giorni lotta in alto mare per riuscire a pescare e a portare a riva un grosso marlin – diventa, nella penna di Hemingway, libro di forme e sfumature abbinate a contrasto: malinconico e infiammato, colmo di forza e di dolcezza, carico di corporeità e profondamente spirituale – questo, tutto questo e tutto insieme, è Il vecchio e il mare.

È, soprattutto, inno alla vita e metafora della vita.

Inno alla vita – a quella umana, certo, ma non solo: ciò emerge dal modo in cui uomo e pesce sono posti sullo stesso piano nel contesto di uno scontro alla pari, che mette in luce il possesso di un’eguale dignità – la stessa dignità che è anche prerogativa di tutti gli altri animali (lo capiamo, ad esempio, dall’incontro con l’uccellino). In questo senso, l’uomo deve lottare come ognuno di loro, e la lotta di Santiago è la lotta del marlin ed è la lotta dell’uccellino e di qualsiasi altra creatura sul mare e sulla terra.
Derivano allora da qui, dall’impatto con questa consapevolezza, le sensazioni contrastanti che la lettura può suscitare: l’empatia per il pescatore quanto per il marlin; la tensione per la difficoltà di prevedere un finale; una speranza nebulosa, senza direzione, dovuta alle tendenze opposte che spingono a parteggiare per l’uno e insieme per l’altro, perché entrambi sono degni di rispetto, e perché la solitudine e la testardaggine del marlin sono le stesse del pescatore (e Santiago lo sa, e per questo la sua lotta è ancora più tragica); da un certo punto in poi la speranza, contro ogni razionalità, nella vittoria del vecchio; infine la frustrazione e l’impotenza, e forse anche la rabbia, non tanto perché quello del marlin è un sacrificio, quanto perché è un sacrifico vano, proprio come quell’eroismo, vano ma necessario, per il pescatore in un senso, per il marlin in un altro.

Metafora della vita – perché è la vita, nient’altro che la vita, che riconosciamo in quei quattro giorni di lotta di Santiago contro il marlin e contro i pescecani.
La vita come un avvicendarsi di sfide e difficoltà – quelle che ci troviamo ad affrontare ogni giorno nel nostro percorso – e la vita in toto, come unica grande meravigliosa lotta. È questa la metafora che istintivamente cogliamo tra le pagine, questa la metafora che emerge, trasparente e magnifica, in tutta la sua forza, nella prosa così scarna e semplice e al contempo potente di Hemingway. 
E se è vero che una lotta implica un esito di vittoria o di sconfitta, è anche vero – e questo è il messaggio più bello che Il vecchio e il mare trasmette – che il punto non è vincere, ma lottare. È proprio questo – lottare – che fa la differenza, perché anche quando la vita ha la meglio su di noi, anche quando le sue difficoltà e i suoi ostacoli ci schiacciano e ci buttano giù, quella dignità – la dignità che deriva dall’atto stesso di vivere, ricollegandoci al punto sopra – noi continuiamo a conservarla, e la affermiamo con la lotta. E se anche il nostro destino fosse quello di venire atterrati, se anche i pescecani fossero troppi, essersi messi in gioco e aver lottato a testa alta cambierà tutto. Ecco perché un uomo può essere distrutto ma non sconfitto.
Ed è qui, è questo il punto centrale: il valore della vita, il valore della lotta. La dignità della lotta. Ecco il leitmotiv di questo libro dove la lotta nella vita diventa lotta per la vita.
Perché la lotta di Santiago è lotta per la dignità. Il vecchio vuole uccidere il pesce e portarlo a riva per se stesso – solo per se stesso. Per confermare a se stesso il proprio valore, la propria dignità di persona, di quella vita così semplice eppure così complicata che ha vissuto e che è l’unica nella quale si riconosce: è in gioco la sua verità, e quindi, appunto, la sua dignità. Ecco il motivo per cui la sua parte razionale, realista e pessimista insieme, viene contraddetta e vinta da quella irrazionale, volitiva e ottimista – perché lui ha bisogno del suo riscatto. Ed è per questo che noi ci ritroviamo a perdonarlo per la caccia al marlin e a odiare i pescecani che hanno reso vano il sacrificio di quest’ultimo, anch’esso un combattente, anch’esso degno di rispetto, detentore di una dignità che, insieme a Santiago, avevamo riconosciuto da subito.

Ed Hemingway riafferma con forza tutto questo con la scelta di un finale che omaggia il pesce quanto l’uomo; di un finale che rimarca, insieme alla dignità di entrambi, il valore della lotta, sublimandolo nell’immagine di un uomo che continua a rialzarsi e a sognare, nonostante la vecchiaia, nonostante tutto; di un finale che lascia un messaggio di speranza e di fiducia per un nuovo inizio, con un’apertura emozionante e meravigliosa alla vita.

“Ora non è il momento di pensare a quello che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che hai.”

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Alla Libreria di Alice io e Mari Ermi ci siamo sentiti davvero a casa

La libreria di Alice. Che meraviglia!
La libreria di Alice. Che meraviglia!

Quando sono entrata in libreria, io e Alice ci siamo salutate con un enorme abbraccio. Un abbraccio spontaneo, vivace, pieno di energia positiva. Lei me l’aveva detto più volte – “Ti aspetto a braccia aperte!” – mostrando un calore che percepivo chiaramente attraverso lo schermo, tra le righe dei suoi messaggi e le parole dei suoi vocali, e che dal vivo ha rivelato tutta la sua intensità, facendomi subito sentire a casa.

Questa me l'ha mandata Alice qualche giorno prima della presentazione. Adoro!
Questa me l’ha mandata Alice qualche giorno prima della presentazione. Adoro!

Faccio un piccolo passo indietro. Di Alice avevo sempre sentito parlare benissimo, ma ho avuto il piacere di conoscerla solo a metà dello scorso marzo, quando la mia editrice, Stefania Convalle, mi ha messo in contatto con lei, che voleva invitarmi per una presentazione. Due cose voglio dire subito. La prima è che sono bastati pochissimi messaggi perché capissi con chi avevo a che fare: una persona calorosa, entusiasta, felice della vita e gioiosa delle sue passioni – una gioia che riesce a trasmettere con un’intensità che raramente mi è capitato di incontrare sulla mia strada. La seconda è che io e Alice siamo entrate subito in sintonia: per intenderci, lei è una di quelle persone per cui mi viene da pensare “incredibile, mi sembra di conoscerla da sempre!

Prima della presentazione, io e Alice abbiamo trovato il tempo per qualche scatto significativo insieme!
Prima della presentazione, io e Alice abbiamo trovato il tempo per qualche scatto significativo insieme!

Ma torniamo a noi. Dicevo poco fa che il suo calore mi ha fatto subito sentire a casa. Vorrei aggiungere, a questo punto, che la sua libreria non è stata da meno. E voglio dedicarle qualche riga, perché La libreria di Alice ha un taglio tutto suo, perché è uno di quei luoghi che possiedono una personalità, un’anima palpabile: ci sono i libri, naturalmente, romanzi e storie che lei – si coglie subito – sceglie ed espone con grande cura; ci sono gli scaffali con quell’aria di antico e perenne insieme; e ci sono i tè, gli infusi, le tisane e i caffè, che donano all’ambiente una vasta gamma di profumi – profumi più o meno forti, profumi di buono, profumi di casa – nell’atmosfera di una musica rilassante.
A tutto questo, poi, sabato 27 aprile si aggiungeva l’allestimento dedicato a Mari Ermi che Alice ha preparato con cura e originalità e che includeva anche un componente speciale: la bandiera della Sardegna che la mia collega e conterranea Maria Rita Sanna ha donato a Stefania Convalle alcuni anni fa – la bandiera che mi aveva già fatto compagnia, portandomi davvero tanta fortuna, nelle tre fiere a cui ho preso parte negli ultimi due anni e che Stefania Convalle, in un gesto davvero generoso del quale sono immensamente grata, ha inviato ad Alice proprio per questo evento.
Ma non è finita qui! In perfetto tema col libro, Alice ha preparato una tisana agli agrumi che offriva ai presenti insieme ai biscottini deliziosi cucinati da sua madre (un’altra persona magnifica, insieme al compagno di Alice).

Alcuni degli scatti del pomeriggio. 
Che bello incontrarvi tutti!
Alcuni scatti del pomeriggio, scelti a caso.
Che bello incontrarvi tutti!

Ma arriviamo allora alle persone. Perché un pensiero speciale voglio dedicarlo a loro, le persone che sono venute all’incontro e che mi hanno fatto sentire davvero accolta. Ho avvertito tutto il calore della Romagna unito alla curiosità e all’interesse rispetto alla storia di Mari Ermi e alla Sardegna più in generale, ed è stato piacevolissimo chiacchierare con tutte loro anche prima e dopo la presentazione, scambiare sorrisi, scattare fotografie.

La presentazione è stata bellissima. Le domande e le considerazioni di Alice, così lucide e profonde, ci hanno consentito di parlare di tante cose: della Sardegna, di questo titolo e del valore di Mari Ermi per me e per il romanzo, di retroscena e curiosità varie, dei miei personaggi, del loro percorso di crescita e soprattutto della natura, dell’importanza che riveste nell’esperienza umana, del ruolo che attribuisco ai cinque sensi, del colore, e poi dei sogni, della mia passione per la scrittura e di tanto altro ancora. Abbiamo chiacchierato, riso, condiviso pensieri e anche esperienze, e ancora scambiato spunti, idee, opinioni, suggestioni.

C’è stato poi un momento particolarmente emozionante, una grandissima sorpresa: Stefania Convalle ha inviato ad Alice la targa del premio che ho conseguito di recente al concorso Dentro l’amore, organizzato proprio da Edizioni Convalle e alla cui serata finale non ero riuscita a presenziare. È stato un momento magico, intenso, che porterò sempre con me come ogni istante di questa giornata indimenticabile.

La sera, mentre gironzolavo e curiosavo tra gli scaffali di Alice scegliendo dei libri e dei tè, facendomi avvolgere dalla gioia che questi eventi e questi incontri mi regalano, non ho potuto fare a meno di pensare a quanto io sia grata per tutto questo.

Quello che ho portato via dalla libreria di Alice, tra acquisti e regali!
Quello che ho portato via dalla libreria di Alice, tra acquisti e regali!

Concludo, allora, con un po’ di ringraziamenti. Ad Alice, per come mi ha accolto, per quello che ha fatto per questa presentazione e soprattutto per la sensibilità con cui ha saputo cogliere l’anima di Mari Ermi. Alla mia editrice, Stefania Convalle, per il sostegno prezioso, per il dono della bandiera e per la fantastica sorpresa. A tutte le persone che sono venute e che hanno avuto il piacere di condividere questi momenti con me, dando fiducia al mio romanzo. A Matteo, perché la sua disponibilità e il suo affetto mi hanno consentito di dedicarmi a questo evento con serenità.
Grazie, davvero.
Lo dico sempre e voglio ripeterlo anche qui: questo della scrittura è un mondo difficile, ma le soddisfazioni che dà sono davvero immense.

Se hai piacere di vedere altri scatti di questo pomeriggio, visita la galleria fotografica dedicata a Mari Ermi cliccando qui. 😉

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