Tutta la sensibilità di Elena Vatta in un romanzo d’esordio intelligente e toccante

Il bambino delle vigne di Elena Vatta.

Se c’è un animale a cui il piccolo Giuseppe somiglia, ecco, quello è un riccio. Per l’esattezza, un cucciolo di riccio, un piccolo solo, bisognoso di accudimento eppure così diffidente di fronte al mondo da chiudersi spesso su se stesso, volgendo gli aculei in tutte le direzioni. Proprio come il riccio che Giuseppe incontra nei dintorni della casa-famiglia in cui sta crescendo e del quale, in una delle parti più toccanti di questo libro, decide di prendersi cura.
E sì, Giuseppe è proprio così.
Perché Giuseppe è un bambino che non era previsto; perché Giuseppe è troppo ingombrante per due genitori separati – per un padre emigrato per lavoro in Germania e per una madre che vive di tante ambizioni e poche responsabilità. E allora, lì a Capriva, nel sud-est del Friuli, decidono di affidarlo alla casa-famiglia di Villa Russiz, un luogo bello e ricco di storia, circondato da vigneti e nutrito dall’amore per la terra quanto da quello cristiano: le suore che gestiscono la casa-famiglia, infatti, riescono a creare un ambiente familiare e nello stesso tempo ineccepibile, in grado di coniugare una rigorosa educazione cattolica tradizionale a cure materne e amorevoli.
È qui, dunque, che cresce Giuseppe, nella vita disciplinata del collegio e allo stesso tempo, pur senza rendersene davvero conto, sotto il segno dell’Amore.

Quella di Giuseppe è ispirata a una storia vera, e l’autrice sceglie di raccontarcela esplorandone il percorso tra infanzia e adolescenza, che intervalla ogni tanto a scorci significativi di vita adulta.
E ci sembra di vederlo, il piccolo Giuseppe. Il suo faccino dolce e tondo e la sua fame di cibo e di attenzioni; la sua inclinazione alla cocciutaggine e alla permalosità; il suo senso di indipendenza; la sua natura ribelle e solitaria; il suo ingenuo bisogno di protagonismo; la sua immaginazione e il suo entusiasmo contagioso, pieno di luce; la sua impulsività e la sua determinazione; il suo orgoglio e la sua voglia di riscatto. Il piccolo Giuseppe, un bambino così ricco di contrasti: tenero e affettuoso quanto schivo e sulle sue; miscuglio di sicurezza e timidezza.
Ci commuove la sua ritrosia a mostrare la parte più fragile di sé. Ci rattrista il modo in cui agisce su di lui la paura del rifiuto: man mano che la storia procede, ci sembra di vedere il suo cuore aperto ai sentimenti che inizia a chiudersi nel tentativo di difendersi, la sua sempre maggiore riluttanza a chiedere attenzioni, i suoi tentativi di apparire imperturbabile quando invece si sente debole, gli atteggiamenti indifferenti e rabbiosi con cui soffoca le lacrime e il bisogno di rassicurazione.
Ma vediamo anche la sua capacità di essere felice di quello che ha nonostante quello che non ha. Quanta tenerezza ci trasmette mentre attende puntualmente le sporadiche visite della madre e ogni estate l’arrivo del papà per trascorrere con lui le vacanze in Sicilia! Quanta tenerezza quando, da adolescente, è così ingenuo da non pensare che anche i giovani possano giocare a calcio in una squadra! E ci fa stringere il cuore quando racconta, sempre adolescente, di essere molto fortunato perché la mamma gli vuole bene e quando può lo va a trovare, e perché cenare a casa di tanti amici è come avere tante famiglie. Mi ha spezzata l’autoconvincimento con cui si costruisce un mondo perfetto per evitare di vedere le carenze in cui inciampa ogni singolo giorno. Lui, figlio a metà, bloccato tra la famiglia che formalmente ha ma non lo reclama e un ipotetico nuovo nucleo per lui irraggiungibile.

Con straordinaria sensibilità, dunque, Elena Vatta ci racconta una storia e insieme una persona, entrando nelle pieghe del suo animo attraverso semplici ma significativi episodi del suo percorso di crescita, come la scoperta del calcio, la lotteria in collegio, le vacanze con il padre, le innocenti marachelle, le attese della madre e tanto altro; nel frattempo, gli scorci di vita del Giuseppe adulto, intervallati al racconto dell’infanzia, si rivelano strategia oltremodo efficace nel mostrare come molti comportamenti successivi abbiano radice in traumi più o meno espressi vissuti da bambini.
È il caso, per esempio, degli sfoghi simili a capricci infantili o dei cambi d’umore improvvisi, sintomi di una rabbia antica e accumulata. È il caso dell’infinito desiderio di solitudine alternato a un’ossessiva ricerca di visibilità e di riconoscimento sociale, conseguenza del mancato appagamento di un naturale bisogno di riconoscimento di sé durante l’infanzia, oltre che necessità di esorcizzare l’unico evento, ma il più importante, in cui Giuseppe non era stato protagonista, l’essere figlio.
L’uomo Giuseppe – adulto troppo presto e bambino per sempre – è, come il piccolo Giuseppe, ricco di contrasti: vive in bilico tra la necessità del gruppo e il bisogno di rispondere solo a se stesso, tra l’inesauribile sete di amore e il rifiuto di ogni vicinanza autentica, perché evita ciò che può ferirlo piuttosto che rischiare di soffrire, perché non vuole sentirsi costretto da persone, relazioni o situazioni.
Perché alla base di ogni sua azione c’è la necessità di riscatto, c’è la paura di non essere amato in proporzione al bisogno, c’è un risentimento inconfessato e c’è, soprattutto, il tormento di chi ha sofferto l’abbandono e l’assurdo (e inespresso) senso di colpa che ne consegue e che pesa come un macigno.

Eppure, Giuseppe in collegio è stato molto amato. Prima di tutto e soprattutto da Suor Alessandra.
E mi ha toccato il cuore, Suor Alessandra. Lei, che accoglie il bambino e ne segue la crescita fino all’adolescenza; lei e il suo desiderio celato e inconfessabile; lei, in grado di coniugare perfettamente il rigore e la tenerezza; lei, una specie di mamma nel cuore; lei, Madre anche se non madre.
Lei, ancora, che sente Giuseppe suo, che lo ama immensamente e che proprio per questo, quando arriva il momento, è capace di mettersi da parte, di seguirlo vicina col cuore ma un passo dietro a lui, perché capisce e impara a donare l’amore genitoriale senza un patto di esclusività, come ogni genitore dovrebbe fare – perché i figli non appartengono.
Certi affetti, però, non sono sostituibili, e Giuseppe, pur amando suor Alessandra, avrebbe voluto qualcuna che fosse una mamma e basta, che stesse vicino a lui, proprio a lui, solo a lui. Avrebbe voluto Rosi, quella madre biologica che ha deciso di lasciarlo andare pur non riuscendo a lasciarlo andare del tutto.
E dato che Il bambino delle vigne parla di amore in molti sensi, è importante anche spendere due parole su Rosi, che nel suo girotondo di poche responsabilità e velleitarie ambizioni ha deciso di non negare la vita al suo bambino e allo stesso tempo è stata in grado di rinunciare a lui, di privarsi di un figlio per dargli delle possibilità che con lei non avrebbe avuto. Anche questo, in fondo, è un atto d’amore, ma un atto d’amore che per moltissimi anni Giuseppe non riesce a capire e accettare.
Ma dai genitori biologici di Giuseppe si potrebbe trarre anche un’altra lezione: che il sangue non è garanzia di stabilità affettiva e che i legami non possono essere dati per scontati, mai, specie se non adeguatamente nutriti. Che le promesse alla fonte non sono sufficienti a fronte di percorsi lunghi e tortuosi che vanno coltivati con dedizione, pazienza e cura.
Ma non c’è niente di più importante, e questo romanzo ce lo ricorda molto bene, del coltivare e del prendersi cura dei rapporti veri: quei rapporti intimi, profondi e vincolanti; quelli che tanto chiedono e tanto danno; quelli che necessitano di costanza, compromessi e sacrificio ma che costituiscono l’unica base solida delle nostre vite; quelli che fanno paura perché è faticoso conquistarli e doloroso perderli, mentre sarebbe più comodo scappare e fingere di non averne bisogno.
Perché la sbandierata indipendenza emotiva è una bugia che ci raccontiamo per mostrarci più resilienti e per non soccombere alle nostre più diffuse paure: la paura di essere rifiutati, di essere abbandonati, di non essere amati come vorremmo.
E allora in certi casi bisogna imparare o reimparare, come nel caso di Giuseppe – a fidarsi dell’Amore, a crederci fino in fondo. A lasciarsi cambiare, lasciarsi amare, lasciarsi travolgere. Col rischio di essere abbandonati, certo, ma con la certezza di Vivere.
Per fortuna di Giuseppe, e di tutti noi, non è mai troppo tardi per questo.

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