Blog

Canne al vento e il palpito del sentimento umano in una scrittura dalla forza ancestrale

La mia edizione di Canne al vento.
Foto scattata nella primavera 2023.
La mia edizione di Canne al vento.
Foto scattata nella primavera 2023.

Misteri di silenzi lunari, di folletti e fantasmi notturni che soffiano nel vento, di canne che mormorano, di erba che pare ondulare seguendo il motivo di una fisarmonica.
Misteri che in un mondo caldo e disfatto – in un mondo laconico, pieno di solitudine e d’oblio – sembrano incorniciare gli occhi nostalgici di personaggi vividi, intensi e desolati, inseriti in una calma morsa di miseria e rimpianto, di colpe e pentimenti, di orgoglio, di vergogna e di pietà.
È un mondo dove profumi evocano ricordi, come succede a Noemi in primavera, quando una “malattia di languore”, “il male del ricordo”, sembra riportare i suoi occhi “liquidi e freddi come un’acqua profonda” su un remoto belvedere, davanti a quella “festa della vita” a cui non riesce a unirsi e di cui tuttavia rimane in lei un sogno latente, insieme a una sete d’amore che le fa sentire dentro “tutto il grigio e tutto il rosso” e al contempo un “violento bisogno di solitudine”.
È un mondo dove un poderetto può essere un rifugio ma anche una prova di espiazione, come nel caso di Efix, che guarda alla sua collina con “tenerezza d’amante” – Efix, che ha sempre vissuto “sull’orlo d’una strada metà percorsa metà da percorrere”; Efix, che si porta dietro segreti che pesano come macigni.
È un mondo in cui nella ritualità e nel sentimento religioso è spesso labile il confine tra un personaggio e un popolo intero, anche attraverso suggestioni misteriose in mano al potere della natura. Succede, ad esempio, durante i canti in chiesa, quando l’estasi dolorosa di Efix è accostata alla luce rossa del tramonto che come un velo di sangue copre la folla, mentre migliaia di voci salgono in una sola, fondendosi come il profumo dei cespugli; succede, ancora, quando nel riso e nel pianto di singoli personaggi “il riso e il pianto di tutto il mondo” sembra unificarsi tremando e vibrando nelle note di un usignolo; e succede, ancora, quando le preghiere di dolore e speranza si perdono nel lamento remoto della natura o vibrano “lontano, al di là del tempo”.
E la speranza non manca mai, come l’attesa di “un essere misterioso, salvatore e vendicatore assieme”, attesa che riecheggia in quella figura del Redentore che ferma il suo volo sulla roccia più alta e che con la sua croce sembra unire il cielo azzurro alla terra grigia. Non manca mai, neanche, la fiducia nella “forza sovrannaturale” che spinge la mano dell’uomo, fiducia tangibile, ad esempio, nel significato che Efix attribuisce all’improvviso deviare di un raggio di sole sul suo volto. Eriguarda proprio Efix, peraltro, una delle immagini più belle di speranza, la potente e toccante similitudine per la quale “le sue stesse lagrime lo illuminavano, gli splendevano intorno come stelle”.
Alla speranza, infine, partecipa spesso anche la natura, facendosi soave laddove prima era stata cupa, e colpendoci ed emozionandoci per la sua plurivalenza, per la sua capacità di riflettere l’ampio ventaglio di stati d’animo dei personaggi. E allora il mondo può essere agitato “da una convulsione di tristezza e di terrore” oppure, mentre “una grande luna di rame sorge dal mare”, può sembrare “d’oro e di perla”, o ancora ammucchiare “a cataste sull’orizzonte tutto l’argento delle miniere del mondo”. E allora i monti possono assomigliare a vulcani e incombere “con forme fantastiche di muraglie, di castelli, di tombe ciclopiche”, oppure possono apparire come “i petali di un immenso fiore aperto al mattino”, sembrare “fatti di marmo e d’aria”. E, ancora, le nuvole possono somigliare a “torrenti di lava, colonne di fumo”, ma essere anche “bianche e tenere come veli di donna”, mentre la luna può “splendere azzurrognola sul rudero della torre come una fiamma su un candelabro nero”, ma può anche “sbocciare come una grande rosa fra i cespugli della collina”. E, infine, il fiume può avere un mormorio “monotono come quello di un bambino che s’addormenta”, oppure “palpitare come il sangue della valle addormentata”, facendosi portavoce di quel palpito del sentimento umano che risuona così bene in questa scrittura dalla forza ancestrale, in questo pathos che ci fa tremare e immaginare e che riecheggia in noi come il suono di quelle canne che sembrano sospirare, parlare e lottare spinte dal vento. 

***

Ho trascritto qui sotto una serie di passi che mi hanno colpito particolarmente e che credo risultino rappresentativi della bellezza, della forza e del pathos della scrittura di Grazia Deledda.
Ho raccolto i passi sotto alcune parole chiave; le pagine si riferiscono all’edizione di Canne al vento BUR Rizzoli 2008.

Natura, paesaggi, atmosfere

“E Dio prometteva una buona annata, o per lo meno faceva ricoprir di fiori tutti i mandorli e i peschi della valle; e questa, fra due file di colline bianche, con lontananze cerule di monti ad occidente e di mare ad oriente, coperta di vegetazione primaverile, d’acque, di macchie, di fiori, dava l’idea di una culla gonfia di veli verdi, di nastri azzurri, col mormorio del fiume monotono come quello di un bambino che s’addormenta.” (p. 27)

“A quell’ora, mentre la luna sbocciava come una grande rosa fra i cespugli della collina e le euforbie odoravano lungo il fiume, anche le padrone di Efix pregavano […]” (p. 28)

“[…] giunchi argentei lucenti alla luna come fili d’acqua.” (p. 28)

“Fra una canna e l’altra sopra la collina le nuvole di maggio passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il cielo d’un azzurro struggente e gli pareva d’esser coricato su un bel letto dalle coltri di seta.” (p. 73)

“Di là vedeva l’erba alta ondulare quasi seguendo il motivo monotono della fisarmonica, e i cavalli immobili al sole come dipinti sullo smalto azzurro dell’orizzonte.” (p. 86)

“Qualche figura di pescatore si disegnava immobile come dipinta in doppio sul verde della riva e sul verde dell’acqua stagnante fra i ciottoli bianchi.” (p. 101)

“[…] l’aurora pareva sorgere dalla valle come un fumo rosso inondando le cime fantastiche dell’orizzonte. Monti Corrasi, monte Uddé, Bella Vista, Sa Bardia, Santo Juanne, monte Nou sorgevano dalla conca luminosa come i petali di un immenso fiore aperto al mattino; e il cielo stesso pareva curvarsi pallido e commosso su tanta bellezza.” (pp. 128-129)

“Il villaggio bianco sotto i monti azzurri e chiari come fatti di marmo e d’aria, ardeva come una cava di calce […]” (p. 130)

“[…] e le rondini passavano incessantemente in giro, sopra le loro teste, come una ghirlanda mobile di fiori neri, di piccole croci nere.” (p. 152)

“[…] il vento infuriava sempre più e le nuvole salivano e scendevano dall’Orthobene, giù e su come torrenti di lava, come colonne di fumo, spandendosi su tutta la valle: ma sopra le alture di Nuoro una striscia di cielo rimaneva di un azzurro triste di lapislazzuli e la luna nuova tramontava rosea fra due rupi.” (p. 167)

“[…] nella sera nuvolosa, i monti del Gennargentu incombevano con forme fantastiche di muraglie, di castelli, di tombe ciclopiche, di città argentee, di boschi azzurri coperti di nebbia […]” (p. 176)

“Il vento passava impetuoso, ma sul tardi il sole apparve fra le nubi squarciandole e respingendole fino all’orizzonte, e tutto brillò attorno ai monti e alle valli ove la nebbia si raccolse in laghi argentei luminosi.” (p 182).

“[…] le montagne davanti e in fondo alla valle parevano vulcani; nuvole di fumo solcate da pallide fiamme e poi getti di lava azzurrognola e colonne di fuoco salivano laggiù.
Verso sera il cielo si schiariva, tutto l’argento delle miniere del mondo s’ammucchiava a blocchi, a cataste sull’orizzonte […]” (p. 203)

“Nel silenzio il torrente palpitava come il sangue della valle addormentata.” (p. 204)

Suggestioni

“La luna saliva davanti a lui, e le voci della sera avvertivano l’uomo che la sua giornata era finita. Era il grido cadenzato del cuculo, il zirlio dei grilli precoci, qualche gemito d’uccello; era il sospiro delle canne e la voce sempre più chiara del fiume: ma era soprattutto un soffio, un ansito misterioso che pareva uscire dalla terra stessa: si, la giornata dell’uomo lavoratore era finita, ma cominciava la vita fantastica dei folletti, delle fate, degli spiriti erranti. I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il paese di Galte, su, all’orizzonte a sinistra di Efix, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi: le loro armi scintillavano in mezzo ai bassi ontani della riva, e l’abbaiar fioco dei cani in lontananza indicava il loro passaggio.” (pp. 28-29)

“[…] e tutto il paesaggio che pochi momenti prima pareva si fosse addormentato fra il mormorio di preghiera delle voci notturne, fu pieno di echi e di fremiti quasi si svegliasse di soprassalto.” (p. 30)

“L’euforbia odorava intorno, la luna azzurrognola splendeva sul rudero della torre come una fiamma su un candelabro nero, e pareva che in quell’angolo di mondo morto non dovesse più spuntare il giorno.” (p. 113)

“Sulla lucerna nera la fiammella azzurrognola immobile pareva la luna sul rudero della torre.” (p. 115)

“Dal buco del tetto pioveva come da un imbuto capovolto un raggio dorato […] Efix guardava come dal fondo di un pozzo quel punto alto lontano; ma d’improvviso gli parve che il raggio deviasse, piovesse su di lui, illuminandolo.” (p. 157)

“[…] e il Redentore ferma il volo sulla roccia più alta, con la croce che sbatte le sue braccia nere sul pallore dorato del cielo.
Ed Efix s’inginocchia ma non prega, non può pregare, ha dimenticato le parole; ma i suoi occhi, le mani tremanti, tutto il suo corpo agitato dalla febbre è una preghiera.” (p. 158)

“E l’ombra si addensava rapida; ogni nuvola passando sul vicino orizzonte lasciava un velo, il vento urlava dietro la chiesa, tutte le macchie tremavano protendendosi in là verso la valle, e pareva volessero fuggire, luminose d’un verde metallico, agitate da una convulsione di tristezza e di terrore.” (p. 166)

“[…] il riso e il pianto di Grixenda, il riso e il pianto di Noemi, il riso e il pianto di lui, Efix, il riso e il pianto di tutto il mondo, tremavano e vibravano nelle note dell’usignuolo sopra l’albero solitario che pareva più alto dei monti, con la cima rasente al cielo e la punta dell’ultima foglia ficcata dentro una stella.” (p. 174)

Odori e ricordi

“Quel giorno Noemi aveva come il male del ricordo: la lontananza delle sorelle e un’istintiva paura della solitudine la riconducevano al passato. Lo stesso chiarore aranciato del crepuscolo, il Monte coperto di veli violetti, l’odore della sera, tutto le ridestava l’anima di vent’anni prima.” (p. 58)

“Si sentiva l’odore degli ontani e del puleggio; tutto era caduto in un silenzio tremulo come dentro un’acqua corrente. Ed Efix ricordava le sere lontane, il ballo, i canti notturni, donna Lia seduta sulla pietra all’angolo del cortile, piegata su se stessa come una giovine prigioniera che rode i lacci e piano piano si prepara alla fuga.” (p. 76)

Noemi

“Tutti gli anni la primavera le dava questo senso di inquietudine: i sogni della vita rifiorivano in lei […] Le par d’essere ancora fanciulla, arrampicata sul belvedere del prete, in una sera di maggio. Una grande luna di rame sorge dal mare, e tutto il mondo pare d’oro e di perla. […] No, ella non ballava, non rideva, ma le bastava veder la gente a divertirsi perché sperava di poter anche lei prender parte alla festa della vita. […] (pp. 54-55)

“Allora Noemi si mise a ridere, ma sentì le ginocchia tremarle e sentì nel cuore la bellezza luminosa del tramonto: era un mare di luce sparso d’isole d’oro, con un miraggio in fondo. Ella non aveva mai provato un attimo di ebbrezza simile.” (p. 119)

“E come i bambini ed i vecchi si mise a piangere senza sapere il perché – di dolore ch’era gioia, di gioia ch’era dolore.” (p. 121)

“[…] e Noemi sentiva anche lei, fin là dentro, fin contro la grata che esalava un odor di ruggine e di alito umano, un tremito di vita, un desiderio di morte, un’angoscia di passione, uno struggimento di umiliazione, tutti gli affanni, i rimpianti, il rancore e l’ansito della peccatrice d’amore.” (p. 146)

Canne al vento

“[…] star vigili come le canne sopra il ciglione che ad ogni soffio di vento si battono l’una contro l’altra le foglie come per avvertirsi del pericolo.” (p. 28)

“Fuori le canne del ciglione frusciavano con tale violenza che pareva combattessero una battaglia.
All’alba, uscendo dalla capanna Efix infatti ne vide centinaia pendere spezzate, con le lunghe foglie sparse per terra come spade rotte. E le superstiti, un poco sfrondate anch’esse, pareva si curvassero a guardare le compagne morte, accarezzandole con le loro foglie ferite.” (pp. 189-190)

“Perché la sorte ci stronca così, come canne?”
“Sì, egli disse allora, siamo proprio come le canne al vento, donna Ester mia. Ecco perché! Siamo canne, e la sorte è il vento.” (p. 199)

Espiazione

“Sentiva ancora le monete dei giovani nuoresi percuotergli il petto e trasaliva tutto come lo lapidassero; ma era un brivido di gioia, era la voluttà del martirio.” (p. 174)

Sentimento religioso, colpa, preghiera, speranza

“Anche la preghiera aveva una risonanza lenta e monotona che pareva vibrasse lontano, al di là del tempo […]” (p. 45)

“[…] migliaia di voci salirono in una sola, fondendosi come fuori si fondevano i profumi dei cespugli; Efix inginocchiato in un angolo, provava la solita estasi dolorosa […] La luce rossa del crepuscolo, vinta verso l’altare dal chiaror dei ceri, copriva la folla come di un velo di sangue […]” (pp. 86-87)

“[…] e anche adesso gli pareva che tutto il sangue gli uscisse dagli occhi; tutto il sangue cattivo, il sangue del peccato. Il suo corpo ne rimaneva esausto, e l’anima vi si sbatteva dentro, in uno spazio vuoto e nero come la notte; ma le parole d’amore di Giacinto balenavano lucenti sullo sfondo tenebroso, e le sue stesse lagrime lo illuminavano, gli spendevano intorno come stelle.” (pp. 163-164)

Se questo articolo ti è piaciuto e se ti interessano i classici della letteratura, puoi visitare la sezione del blog dedicata cliccando qui. 🙂

Condividi:

Di luci e ombre, stagioni e petricore

Uno scorcio della mia scrivania e del mio ambiente ideale di scrittura.
Uno scorcio della mia scrivania e del mio ambiente ideale di scrittura.

C’è un tipo di intimità che riguarda me, la mia scrittura e il mondo attorno. Che mette in relazione me e la mia scrittura con luci e ombre, ambienti, umori, stagioni. È un tipo di intimità che sento di vivere profondamente e che ho costante bisogno di esplorare, indagare, capire.

Ne fanno parte, anzitutto, due verità valide sempre, in qualsiasi periodo e momento dell’anno.
Non mi piace scrivere con la luce forte, con il sole in faccia, col chiasso, nella confusione.
Sono amica del buio, delle penombre, delle candele accese, del silenzio.

Ne fa parte, poi, il modo personalissimo che ogni stagione ha di conciliare la mia scrittura.
In autunno e in inverno è il pomeriggio, ammorbidito del calore di un plaid e di un tè, a custodire una tranquillità pregnante di carta e penna.
In primavera l’ispirazione sembra in mano alle mattine, così colme di spontanea energia, così vivaci a far guizzare le parole insieme alla nuova carica, placida e radiosa, della natura.
In estate mi piace attendere la sera, quando il sole è calato e la finestra aperta sulla brezza, e amo soprattutto quelle notti, lente e un po’ misteriose, piene di pace, di stelle e di canti di cicale.

Su tutto, però, vince sempre la pioggia.
La pioggia è in grado di evocare in me l’ispirazione come nient’altro al mondo. Con lei io posso scrivere in qualunque momento, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Con lei prendere penna e quaderno è necessità vitale.
Amo le finestre aperte su piogge silenziose e costanti, adoro le gocce di rovesci che picchiano sui vetri chiusi, vado matta per i temporali estivi – il cielo che si riempie di nuvole grigie, la carica emozionale dei tuoni e dell’acqua in arrivo – quanto per i risvegli in cui il mattino mi pervade di brioso petricore. È una cosa straordinaria, il petricore, un semplice odore che riesce a infondermi un senso di rinascita e di pace col mondo, di freschezza e di quieta vitalità: per questo, credo, desta in me una necessità di scrivere preziosa, pura, impagabile.

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “rubrica scrittura” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

Di agrumeti e ispirazione

Una pianta di arancio con fiori e frutti insieme: uno spettacolo della natura!


🌿 “E gli aranci, ancora una volta, regalavano uno spettacolo unico. Spesso, quando fiorivano, i frutti tardivi erano ancora sulle piante, ed era frequente vedere le loro verdi chiome colorarsi di arancio e bianco insieme, frutti del colore del sole e fiori simili a piccole stelle candide.” 🍊🌸 Mari Ermi, p. 154

“E poi si era messa a osservare le piante, i fiori, gli insetti e, più in generale, l’abbraccio vivace e delicato con cui la primavera, quel venti di aprile, colorava il mondo attorno a loro. […] farfalle variopinte disegnavano qua e là danze briose, lasciando ammirare il proprio splendido gioco d’ali – ora morbido e lento; ora rapido, intenso, quasi confuso – non appena si posavano sui fiori; nel frattempo le api, spesso annunciate da un grazioso ronzio, orbitavano curiose attorno alle piante e, qualche volta, anche attorno a loro.”
🦋🐝 Mari Ermi, pp. 180-181

Un'ape su una zagara.
Una Vanessa atalanta sulle zagare.




Ho scattato queste foto il 7 aprile 2023, negli agrumeti di Milis.

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “diario” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

La dedica di Mari Ermi

La dedica di Mari Ermi a mia nonna Antonica.
La dedica di Mari Ermi a mia nonna Antonica.

Non mi è possibile spiegare tutto ciò che mia nonna è stata per me.
Un esempio di fierezza e di tenacia, una forza di volontà che niente ha mai potuto scalfire. Nonostante tutto ciò che ha dovuto affrontare è sempre rimasta in piedi, ognuno dei suoi novantadue anni, senza arretrare mai di un passo. Così instancabile, così testarda, così forte semplicemente.
Non mi è possibile spiegare quanto le storie che raccontava sulla sua infanzia – sui tempi della guerra, soprattutto – abbiano arricchito la mia vita. Testimonianze preziosissime. Testimonianze raccontate sempre, dalla prima all’ultima volta, con una lucidità e una precisione impressionante. 
Il dolore per la sua perdita, immensa per la famiglia e per la comunità intera, è stato grande tanto quanto la gratitudine per avere avuto la possibilità di conoscerla, di averla vicino per tanti anni e di sentire la sua voce e le sue storie.

E io davvero credo di averlo capito così, ascoltando lei, quanto sia importante la memoria.
Lo è, anzitutto, a livello individuale. Ricordare chi siamo – i momenti vissuti, le emozioni provate – è parte fondante della nostra coscienza di esseri umani. Ci definisce.
C’è poi tutta la dimensione storico-collettiva, gli infiniti motivi per cui dovremmo ricordare bene e sempre il passato: ci aiuta a conoscerci e a capire da dove veniamo, a interpretare il mondo e a orientarci e progettare al meglio il futuro.
Nelle storie che mia nonna mi raccontava sulla sua infanzia – gli episodi sui tempi della guerra, in particolare – questi due livelli si univano, perché mentre ricordava le sue emozioni lei tramandava anche la memoria storica di tanti eventi. Ad ascoltarla, io ogni volta mi incantavo.
E piano piano la mia sensibilità sull’importanza della memoria si è legata indissolubilmente alla scrittura.
Devo dirlo: non solo la capacità di vivere emozioni e ricordarle, ma soprattutto la possibilità di raccontarle e fissarle per sempre attraverso la parola scritta suscita in me una commozione forte, profondissima.

Quello della memoria è il potere più grande che attribuisco alla scrittura. Il valore più grande.
E la memoria è tutto.
Per questo Mari Ermi è dedicato a mia nonna.

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “rubrica Mari Ermi” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

La prima presentazione di Mari Ermi è stata una serata indimenticabile

Amo tantissimo raccontare emozioni e al contempo la considero sempre una sfida enorme, specialmente quando le emozioni sono tante, tanto belle e tanto profonde.
È il caso del pomeriggio del 4 aprile alla Biblioteca comunale di Cabras: un tè letterario dedicato a me e a Mari Ermi, un insieme di prime esperienze – il mio primo tè letterario, la prima vera e propria presentazione del mio romanzo – ricche di momenti intensi di gioia e condivisione.

Mi viene da dire, prima di tutto, che mi sento grata. Grata alle ragazze della Biblioteca Comunale di Cabras per l’onore di questo invito e per il modo in cui hanno accolto me e apprezzato il mio romanzo. Grata alle persone che hanno avuto il piacere di partecipare, in ruoli e modi diversi, con così tanto entusiasmo. Grata, come sempre, alla mia casa editrice, per aver creduto nella mia scrittura.

Uno degli aspetti che ho amato di più di questa presentazione: la disposizione a cerchio, che mi ha fatto sentire ancora più vicina al pubblico.

Ci ho riflettuto un po’, poi ho deciso di raccontare questo pomeriggio attraverso i tanti aspetti che hanno contribuito a renderlo indimenticabile.

La disposizione a cerchio, per esempio. Mi ha fatto sentire ancora più vicina al pubblico – cosa a cui tenevo molto e che è stata ben compresa dal personale della biblioteca – e ha donato un tocco di familiarità a un ambiente già di per sé accogliente e caloroso.

La splendida presentazione curata dall’assistente di biblioteca Eleonora Poddi. Lei ha parlato un po’ di me, del mio percorso e della mia “attività letteraria” sul blog e sui social network, sulla quale mi ha anche invitato a raccontare qualcosa. Investo tantissimo tempo su questi canali, e sapere che il mio lavoro sia stato compreso e apprezzato così tanto – e poterne anche parlare un po’ – mi ha riempito di gioia.

Io, la relatrice Arianna Garau e l'assistente di biblioteca Eleonora Poddi durante la presentazione.

E poi il dialogo con Arianna Garau, una giovane professoressa che aveva letto e apprezzato Mari Ermi qualche mese fa e che ha avuto il piacere di fare da relatrice in questa giornata. Io e Arianna – che coincidenza, poi: Arianna presenta Arianna! – non ci eravamo mai viste né sentite prima, eppure siamo entrate subito in sintonia: sarà stato il nome o il vecchio e caro liceo in comune, sarà che era una giornata di prime volte – per me prima presentazione, per lei prima volta da relatrice – o sarà, semplicemente, che quando una persona scrive un libro e un’altra lo legge con una simile profondità questo è inevitabile.
Sì, perché mi sono sentita onorata della presentazione che Arianna ha preparato per il mio Mari Ermi. Un’analisi precisa, accurata, che ha toccato tutti i punti a cui tenevo di più – peraltro con una passione nei confronti del romanzo che mi ha emozionata – evitando al tempo stesso anticipazioni sulla trama.

Un altro degli aspetti che ho amato di più: poter raccontare il romanzo - e anche un po' me stessa - con grande spontaneità.

Le sue considerazioni e le sue domande sui personaggi e sui temi portanti mi hanno dato l’opportunità di parlare di tante cose: la ricerca di un posto nel mondo, le difficoltà dei giovani universitari, il ruolo della natura nella nostra esperienza umana, l’importanza della memoria individuale e storico-collettiva. È stato bello poter parlare di temi così complessi in modo così semplice e diretto, e avere al contempo la possibilità di raccontare qualcosa sul mio rapporto con la Sardegna, sulla genesi del romanzo, sui retroscena, sul ruolo della spiaggia di Mari Ermi, sul mio lavoro alle parti descrittive.

Ci sono state anche le letture, naturalmente, e Arianna e il personale della biblioteca mi hanno emozionato tanto scegliendo di leggere, oltre alla descrizione della spiaggia di Mari Ermi, un passo tratto da un capitolo a cui tengo moltissimo – quello delle storie di nonna Antonica – e dandomi la possibilità di parlare del nostro rapporto con gli anziani e di raccontare qualcosa anche sulla mia cara nonna. È stato un momento davvero toccante e sono molto grata a tutte loro per aver scelto di dare spazio a questa parte del romanzo, per averla apprezzata così tanto.

Infine, le chiacchiere a tu per tu con le persone durante il firmacopie e l’incontro con una mia cara amica hanno regalato un altro tocco di gioia a questo evento letterario che non dimenticherò facilmente.

Sono davvero, davvero felice di questa prima presentazione. Credo sia emerso un quadro completo del romanzo e, insieme, un ritratto sincero di me, che mi sono sentita libera di chiacchierare con spontaneità in questo ambiente accogliente fatto di persone entusiaste e partecipi.
È stato un pomeriggio piacevolissimo, vivace, felice. È stato un pomeriggio di sorrisi e condivisione.
Uno di quei pomeriggi che porti sempre con te. Uno di quei pomeriggi in cui torni a casa pensando che questo della scrittura è un mondo difficile, ma che le soddisfazioni che dà sono davvero immense.

Se hai piacere di vedere altri scatti di questa serata, visita la galleria fotografica dedicata a Mari Ermi cliccando qui. 😉

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “diario” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

Albe di scrittura

Albe di scrittura.

Fino a poco tempo fa sono stata una scrittrice notturna: mi piaceva l’idea di lasciare la scrittura alla sera, di archiviare le incombenze della giornata e buttare giù due parole con la mente sgombra. Il risultato, però, era deludente: quando arrivava il tanto sospirato momento di scrivere, la stanchezza aveva la meglio e non riuscivo a concentrarmi. Eppure, ostinata, non concepivo un altro modo. Comprendevo la necessità di ritagliare per la scrittura uno spazio reale, stabile, nella mia giornata, e quello era il mio tentativo di disciplina: provare a scrivere ogni sera, a volte riuscendoci, altre volte – la maggior parte – fallendo.
Quando finalmente ho capito che in quel modo non poteva proprio andare, ho pensato a un’inversione drastica di approccio. È così che ho iniziato ad alzarmi prima la mattina. E ho scoperto che mettermi al pc e scrivere appena sveglia è molto più facile di quanto avrei mai pensato. Non tanto perché a quell’ora la mente è più fresca, quanto perché, semplicemente, la giornata non è ancora iniziata, e davvero è più semplice – semplice, appunto – sentirmi tranquilla, mettere da parte i pensieri sugli impegni, sul lavoro, su tutto, proprio per la consapevolezza che tanto è ancora presto e che quei pensieri possono attendere. Non per niente il telefono giace lontano, capovolto.
Mi piace, poi, la sensazione di scrivere mentre il mondo attorno a me è ancora addormentato: il silenzio, il cielo scuro che inizia a schiarirsi, la candela accesa a farmi compagnia; i suoni croccanti del fuoco in inverno, il primo cinguettare degli uccellini e l’aria fresca attraverso la finestra aperta nella bella stagione.
In questo ho trovato la mia dimensione, in questa combinazione di disciplina e relax che favorisce il lavoro ai miei brani più impegnativi e ormai da qualche mese mi consente di dare alla scrittura un posto stabile nelle mie giornate. Anni fa, se mi avessero detto che mi sarei alzata presto per scrivere mi sarei fatta una grassa risata. Ora, però, ho imparato una lezione importante: quando qualcosa non funziona, è sempre utile cambiare prospettiva, provare a guardarla in un modo che mai avrei considerato prima.

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “rubrica scrittura” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

California di Francesco Costa e le emozioni di quella magia un po’ dannata

Il libro California di Francesco Costa e una mia felpa, ricordo prezioso dell'esperienza a San Francisco.
Il libro California di Francesco Costa e una mia felpa, ricordo prezioso dell’esperienza a San Francisco.

Rimbalzare tra malinconia, gratitudine e nostalgia. Rimbalzare tra fascino e disincanto. Tra la voglia di tornare lì per rivivere quella magia un po’ dannata e il sollievo per aver scelto di non restare. Rimbalzare. Mi ha fatto rimbalzare, questo libro.
Mi ha fatto arrabbiare, sorridere, piangere. Mi ha reso orgogliosa perché molte di quelle cose io le ho conosciute bene, perché quando Costa descrive lo spirito di San Francisco io capisco esattamente cosa intende. Mi ha rattristata perché gli sviluppi post pandemia fanno un male tremendo. Mi ha spiegato l’origine di situazioni che ho toccato con mano. Mi ha fatto pensare che certe cose avrei voluto saperle prima di partire e, d’altra parte, che sono contenta di averle scoperte lì, giorno dopo giorno.
Ho rivisto le colline dorate, le cascate di Yosemite, le vigne di Napa Valley, le foreste di sequoie. E San Francisco, soprattutto San Francisco. Mi ha riportato tra le urla del Tenderloin e tra le nebbie pacate a Inner Richmond. Tra le difficoltà che la città mi ha costretto ad attraversare, tra le possibilità incomparabili che mi ha offerto. Mi ha ricordato alcune tra le notti più difficili e alcune tra le giornate più spensierate che abbia mai vissuto. Mi ha riportato su quella bici sul Golden Gate Bridge col vento tra i capelli e l’Oceano Pacifico sotto e ovunque.
Mi ha ricordato come può succedere che il posto più spiazzante al mondo a un certo punto diventi, in qualche modo, casa. Come si arriva da un misto di entusiasmo e confusione a un amore profondo per un luogo che impari a conoscere nel bene e nel male.
Dopo questo libro ho bisogno di pensare, ho bisogno di scrivere. Di luoghi per cui provi un trasporto che non capisci e di cosa accade quando quei luoghi ti attraversano. Di come nascono certi legami. Dell’impatto e del significato di esperienze che definiscono chi sei. Di ricordi, emozioni e stati d’animo legati solo alla California. Di solitudini, risate, atti ribelli, malinconie, soddisfazioni, difficoltà e piccole audacie che appartengono solo a San Francisco. Di cose che non torneranno più, mai più, ma che ci saranno sempre dentro di me. Lacrime. Gratitudine.

Condividi:

Equinozio di primavera

Il mio romanzo Mari Ermi immerso tra le margherite.

🌱🌸 “Mentre passeggiava tra le piante, i suoi capelli ondulati si mescolavano ai raggi del sole e Antonio li guardava affascinato. A quel dolce tono castano si intersecavano linee sottilissime di un arancio rossiccio e altre tonalità color dell’oro. Inoltre, a ogni guizzo della luce, quei riflessi sembravano danzare insieme tra le ciocche, e sulle punte si arricciavano in un morbido color miele. Si chiese se Ambra si rendesse conto dell’effetto che faceva il sole sui suoi capelli e se le piacesse. In quel momento sembrava distratta, come se la primavera le avesse infuso un pizzico in più di leggerezza, il che la rendeva magnifica. Era stata lei a voler interrompere il lavoro alla casetta, voleva fare un giro nell’orto, gli aveva detto. E poi si era messa a osservare le piante, i fiori, gli insetti e, più in generale, l’abbraccio vivace e delicato con cui la primavera, quel venti di aprile, colorava il mondo attorno a loro. Le zagare, i candidi fiori d’arancio, sbocciavano in un trionfo mozzafiato tra le foglie verdi e gli agrumi dorati; sull’altro lato del terreno, la nascita simultanea di fiori e foglioline avvolgeva i peri e i meli in un manto leggero, bianco e verde tenero. I susini, invece, erano fioriti già da tempo, come i due albicocchi; i loro rami, nudi di foglie, si erano rivestiti di un’eleganza festosa, semplice e bellissima. E mentre i rumori tra le canne e i fruscii nel fogliame sembravano più vivaci e più frequenti, e il chiacchiericcio degli uccelli più animato, farfalle variopinte disegnavano qua e là danze briose, lasciando ammirare il proprio splendido gioco d’ali – ora morbido e lento; ora rapido, intenso, quasi confuso – non appena si posavano sui fiori; nel frattempo le api, spesso annunciate da un grazioso ronzio, orbitavano curiose attorno alle piante e, qualche volta, anche attorno a loro.” 🦋🌺🐝
🌿Mari Ermi, parte II, cap. 9

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “rubrica Mari Ermi” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

Più di qualcosa sull’esergo di Mari Ermi

L'esergo di Mari Ermi.
L’esergo di Mari Ermi.

Sarà per il modo in cui l’ho scoperto; sarà che l’ho scoperto quando il libro era ancora a uno stato embrionale; sarà che da subito ha avuto il potere di accendere la mia immaginazione e di scuotermi dentro. Sarà, anche, che il capolavoro di Rancore e DJ Myke – un concentrato di parole pregnanti e musica evocativa, e un ritornello che spinge ad alzare la testa, guardarsi attorno e cercare le cose buone, perché rimanda alla luce del sole, forte anche tra le nuvole – mi ha accompagnato e aiutato moltissimo durante gli anni universitari, quelli del lavoro al romanzo, col suo messaggio di speranza e bellezza.
Basterebbero questi motivi per spiegare la scelta di due versi di Sunshine come esergo al mio Mari Ermi.
Basterebbero, eppure non racconterebbero la cosa più importante. Che questo esergo io l’ho immaginato da subito. Che mi è sempre sembrato di sentire in questi due versi lo spirito di fondo del mio romanzo: l’importanza della ricerca di sé, dell’ascolto della propria interiorità, del credere con tutte le forze nei propri sogni, per quanto folli possano sembrare; l’importanza, in questo senso, di un contatto profondo con la natura, che ci aiuta sempre ad ascoltarci.
La natura, attraverso la quale i miei personaggi riscoprono le proprie coscienze.
La natura, grande protagonista de Il richiamo della foresta, uno dei libri a me più cari del mio amato Jack London, che Rancore evoca proprio qui, trasformando il mio esergo in una doppia citazione e spingendomi a chiedermi se le cose accadano davvero per caso. Perché Il richiamo della foresta è la storia di Buck, cane lupo di casa che attraverso varie peripezie entra in contatto con la natura selvaggia, riscoprendo così la parte più viscerale di sé e decidendo di abbracciare la vita dei suoi antenati, di tornare al suo primordiale – cane lupo selvaggio – proprio grazie a questo “richiamo” (The call of the wild è il titolo originale).

Non mi capita spesso di pensare che ogni cosa vada al proprio posto, ma con l’esergo di Mari Ermi, che ho scelto io e che al contempo non riesco a smettere di guardare con stupore e gratitudine, come se fosse lui ad aver scelto me, la sensazione è proprio questa.

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “rubrica Mari Ermi” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi:

Dalla scrittura come disciplina alla scrittura come atto di libertà

I quaderni con cui sto riscoprendo la scrittura come atto di libertà. Quanto mi piacciono!
I quaderni con cui sto riscoprendo la scrittura come atto di libertà. Quanto mi piacciono!

Scrittura e disciplina, scrittura è disciplina. Ne parlavo il mese scorso, accennandovi a come nel 2022 io abbia iniziato a lavorare sul serio su questo fronte.
Oggi voglio raccontarvi la base del mio nuovo percorso, e comincio col dirvi che considero il 1° agosto la data spartiacque: dopo diverse riflessioni nelle settimane precedenti, quel giorno ho preso una decisione. Ero a casa mia in Sardegna, avevo con me un quaderno invitante e ancora intonso – è quello con le margherite in foto – e ho deciso che l’avrei iniziato allora, impegnandomi a scrivere qualcosa tutti i giorni, anche solo due righe, anche solo due cavolate senza capo né coda.
Ho cominciato così, nella penombra di una camera in un primo pomeriggio troppo caldo anche per andare al mare, e non ho più smesso. Con oggi sono sette mesi che scrivo ogni giorno – l’ho fatto anche in vacanza, anche nelle giornate più impegnative col lavoro – e sono ormai a metà del secondo quaderno. Ogni giorno so che, se anche non riuscirò a lavorare ai miei progetti di scrittura, comunque scriverò qualcosa lì sopra. Perché, sì, quel buon proposito – quell’impegno da rispettare – è diventato col tempo una necessità, un bisogno irrinunciabile.
E forse lo è anche per il modo in cui utilizzo questo quaderno.
Tra le sue pagine, infatti, io non scrivo storie, poesie o racconti. No. Una volta al giorno, in un momento qualsiasi, io lo apro, ci poggio la penna e scrivo la prima cosa che mi viene in mente. Spesso mi ritrovo a parlare di me, della mia giornata, di pensieri che rimugino, anche del tempo. A volte scrivo tre pagine, a volte solo mezza, ma è sempre incredibile ciò che viene fuori.
Ho cominciato con l’idea di acquisire la disciplina e la costanza e di fare più esercizio, e sì, ha funzionato, ma poi mi sono accorta di quanto mi sia utile anche per svuotare la mente e, soprattutto, per scrivere per il semplice gusto di farlo: senza pretese, senza stress, senza dover per forza produrre qualcosa di decente. Mi ha aiutato, insomma, a riscoprire la scrittura come atto di libertà, la scrittura come puro e semplice amore per la scrittura stessa, e a questo adesso non posso più rinunciare.

Se questo articolo ti è piaciuto e vuoi leggerne altri simili, visita la sezione “rubrica scrittura” del blog cliccando qui. 🙂

Condividi: