Sembra ti si stringa addosso, la Città di polvere di Hayley Scrivenor

La mia edizione di Città di polvere.
Foto scattata nel settembre 2026.

Sembra di vederli, i personaggi di Hayley Scrivenor. Mentre salgono in macchina, mentre prendono dei salatini dalla cucina, mentre si mettono uno zaino in spalla. È il grande punto di forza della sua scrittura: tutto in Città di polvere appare estremamente reale. I gesti, la quotidianità. L’ambientazione, così vivida e desolata, che non solo partecipa alla storia, ma la dirige, la orienta, la condiziona pesantemente.
È un romanzo intenso, magnetico e allo stesso tempo claustrofobico, che trasmette come solo i migliori libri fanno. Non per niente lo si legge con lo stomaco stretto. Perché sembra ti si stringa addosso, questa città di polvere, a te come a ogni personaggio che ne viene fagocitato. Perché questa polvere non è solo nel terreno che si calpesta, tra le assi dei pavimenti o nel fondo di un torrente quasi senz’acqua: questa polvere copre anche i sentimenti delle persone, quello che si è e quello che si sarebbe voluti essere, quello che si riesce e non si riesce a dire, quello che succede dentro e fuori da una casa, o il proprio passato sepolto che vuole tornare alla luce. In questo senso, la scomparsa di una ragazzina è anzitutto e soprattutto l’innesco di un meccanismo che trascina a un punto di non ritorno: qualcosa scatta e da lì in poi tutto comincia a venire fuori. Prima in modo tortuoso, confuso, come la polvere che vortica; poi, come se il vento la spazzasse via all’improvviso, con estrema chiarezza.

Questo è un libro che parla della forza dei pregiudizi, dell’inganno delle apparenze. E di paura. Di solitudine. Della paura della solitudine. Che parla di cose sporche e di bugie. Di chi siamo quando nessuno ci sta guardando.
E poi parla di infanzia. Di quel momento in cui un ragazzino si rende conto che gli adulti non sanno tutto, che non hanno il controllo della situazione. Di certezze incrollabili che crollano. Ma parla anche, e questo mi ha toccata profondamente, di fiducia cieca – di amicizia in cui si ripone una fiducia cieca – e di un tipo di adorazione che solo nell’infanzia si può nutrire in quel modo puro, disinteressato e assoluto. E del desiderio inesausto e commovente di salvare un povero cane. E di bisogno di verità.

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