Il sortilegio segreto che è stato per me Amatissima di Toni Morrison

La mia edizione di Amatissima.
Foto scattata nel maggio 2026.

Non vi dirò di cosa parla questo libro. Vi dico, piuttosto, che è un libro difficile. Non solo perché i temi che affronta fanno un male straziante, ma perché anche la scrittura di Toni Morrison è tutt’altro che comoda. Eppure, come per un sortilegio segreto, ogni volta che tornavo tra queste pagine mi sentivo rapita, avvinta, travolta. Quando leggevo non volevo staccarmi, quando non leggevo continuavo a pensarci. È una storia che riesce a mescolarsi alla tua quotidianità nonostante sia lontanissima da te, e che ti entra sottopelle.

È una storia che, come brandelli di memorie disperse e riemerse, arriva per frammenti che si incrociano e si intersecano l’uno all’altro in un flusso continuo. Curioso che allora, in un singolare paradosso, sia anche e soprattutto una storia giocata sui confini.
C’è il fiume Ohio, non solo confine tra schiavitù e libertà, ma soglia mitica in cui una nuova vita vede la luce. C’è il confine color smeraldo del rifugio di Denver. C’è il confine tra maternità e possesso. C’è il confine del cortile, col suo steccato violato che apre in Baby Suggs la ferita estrema. C’è il confine tra la scrittura che ti uccide e la scrittura come mezzo di riscatto. C’è, soprattutto, il confine tra il momento in cui il passato non vuoi ricordarlo e il momento in cui torna a tormentarti.
E c’è un fantasma, un fantasma che cerca di ristabilire il confine della propria individualità ma che deve affrontare anzitutto il bisogno di essere amato. Una presenza, questo fantasma, in cui si consuma un continuo confondersi di confini, perché il suo volto è (anche) il volto di quei ‘sessanta milioni o più’ morti in mare durante la “traversata di mezzo”.

E poi ci sono quei momenti in cui i confini vengono giù – per liberare, per guarire, per unire. Quando una pioggia interminabile consente a Paul D di fuggire dall’inferno. Quando Denver oltrepassa il cortile di casa. Quando i Cherokee spezzano le catene ai prigionieri di Alfred e offrono loro la polenta. Quando, in una delle scene più forti del romanzo, la ragazza bianca definisce ‘albero’ quello che Sethe porta sulla schiena. Quando, soprattutto, ciò che si vorrebbe dimenticare diventa ciò che è vitale ricordare.

Che libro.

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